Il mio cammino inglese verso Santiago di Compostela

Camminavo nei sentieri della Galizia.. e ricordo di essermi ritrovata spesso a pensare a questo momento, a quando cioè mi sarei seduta con un po di tranquillità davanti a una pagina di word. Su internet i diari di viaggio dei pellegrini di Santiago sono innumerevoli.. ma io odio le descrizioni vuote, nomi astrusi di località remote, spostamenti, indicazioni e orari. Pensavo che mi sarebbe piaciuto far provare anche solo un briciolo delle mie emozioni ai miei conoscenti.. perchè la felicità, lo so bene, sta nella condivisione.

Concentrarmi su ogni parola-chiave era un modo per non soffermarmi sullo sforzo fisico a cui sottoponevo, le mie gambe e la mia schiena. Era uno stratagemma mentale che funzionava. A volte, quando mancavano 5 o 6 km all’arrivo nel paese previsto, ogni passo era così pesante che avrei voluto sdraiarmi nel primo prato vicino e arrendermi alla fatica.. pensavo che tanto Tore sarebbe tornato indietro a cercarmi… invece sono riuscita a camminare sempre, anche se a volte zoppicavo per dolori sparsi che sono affiorati quasi subito..

Una grossa metafora della vita.. andare avanti nonostante i dolori e le fatiche.

Sveglia all’alba, un cafè con leche e una napolitana e via .. a inseguire la freccia gialla che mi indicava il cammino.. è bello avere sempre chiara la direzione da seguire, i momenti di buio sono così tanti… Assaporare ogni scorcio, dalle rias dell’oceano e ai giochi dell’alta e bassa marea, alle aziende agricole con le mucche e il fieno per l’inverno. Ortensie profumate, boschi di eucalipto e querce e prati di felci. Osservare con attenzione ogni dettaglio e respirare forte l’aria pungente del mattino, il vento fresco dell’Atlantico sulla faccia ed ecco che il sorriso era davvero spontaneo. Qualche foto per suggellare i momenti migliori.. ma.. dopo 12-15 km di fatica non avevo più alcuna intenzione di guardarmi intorno.. ero sola con la mia strada, il mio zaino sulle spalle e la mia forza. Il cielo azzurro o la sfrontatezza della natura non contavano più. Mi interessava solo arrivare e superare il momento.

A tratti lo zaino cominciavo a sentirlo più leggero come se a ogni passo lasciassi qualcosa di pesante su quella strada percorsa da secoli dai pellegrini … ma le salite erano tante e il sudore colava come non mai, le gambe tremanti insistevano perchè mi fermassi .. ma a volte un sorso d’acqua, un pezzo di pastina al cioccolato e due parole di incitamento mi bastavano per darmi coraggio e sentirmi più forte.. e assaporavo nuovamente il cammino… cavalli al pascolo, binari, cani che dormivano nei loro cortili, un nuovo bastone che mi aiutasse un pò nel percorso.. e qualche signore del posto che faceva un passeggiatina dietro casa sua… oppure alcune massaie che innaffiavano i fiori migliori del proprio giardino e ci salutavano con un ” buenos dìas y buen camino”! Emozioni a fior di pelle.

Poi l’arrivo nel paese previsto: il piacere del buon cibo e il ristoro della doccia e del riposo. L’accoglienza degli spagnoli, risate fragorose e calze sporche da lavare. Lunghe chiacchiere e molti confronti. Cerveza y tapas. Lo zaino sempre più leggero.

Poi l’arrivo a Santiago. La gioia e la magia.

La meta è raggiunta. La rigenerazione è avvenuta. Il sogno è realizzato. Mille altri progetti mi aspettano.

Il resto mica si può descrivere.. si può solo vivere!

flogabry 

agosto 2014

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Le capre di una volta

A lunga conservazione, parzialmente scremato, ad alta digeribilità o fresco di giornata. C’è quello di Arborea, c’è quello Parmalat, quello della Svizzera o del Trentino. Gli scaffali dei grandi magazzini ce ne offrono di ogni tipo: con la confezione gialla, verde, celeste o arancione. Con prezzi economici o un pò più dispendiosi. Con aggiunta di omega tre o con pochi grassi. Il latte di mucca dà il buongiorno tutte le mattine a molti di noi. Siamo tutti consapevoli delle proprietà nutritive del prezioso liquido prodotto dai mammiferi per allattare il proprio piccolo, ma forse non tutti sanno come avveniva la colazione tanti anni fa nel mio paese.

A parte che il latte in questione era preferibilmente di capra e non di mucca e sono certa anche che mancassero all’appello biscottini al cioccolato e pastine ai quattro cereali! A Mogoro ogni famiglia aveva una capra e, badate bene, non come animale da compagnia! ma per permettere appunto la colazione di grandi e piccini. Non è necessario chiedere conferma ai novantenni del paese, anche gli anziani più giovanili ricorderanno certamente questa prassi comune sino agli anni del boom economico.

Chi aveva molti figli possedeva più di una capra e viste le caratteristiche dell’animale, che produce più latte se ha la possibilità di pascolare in collina e aperta campagna, tutte le mattine bisognava che le capre di casa pascolassero! Era dunque un’esigenza comune a molte famiglie.

E’ come se me la vedessi mia mamma, con le trecce e l’aria ingenua con il compito ogni mattina di affidare la capretta di casa a su crabaxiu, cioè a colui che era stato individuato per portare al pascolo le capre di tutto il paese. Il raduno era a Sa Trumbixedda, nei pressi de su Tiru a segnu per intenderci, e ogni mattina, radunate le capre di tutta Mogoro se ne andava al pascolo nei terreni ceduti in affitto da privati.

La capra di famiglia quindi si saziava di erbetta fresca, respirarava aria buona e saltellava qua e là sino all’imbrunire e infine rientrava in paese guidata da su crabaxiu assieme a tutte le altre. Arrivati a Mogoro, ognuna rientrava spontaneamente dalla propria famiglia. Memorizzato e appreso il percorso di rientro e incoraggiate dalle parole del loro guardiano, “Tocca bai Farfalla“, “Tocca bai Arannadedda” (melagranetta) rientravano autonomamente in casa come fosse un ospite atteso. I nomi erano fantastici : c’era “Cabixetta”(cavalletta), “Pibizziri“(zanzara) e anche “Mongia” (suora) che, per una strana associazione di idee mi fa venire in mente la monaca di Monza!

Ogni buon animale ringraziava della giornata all’aria aperta con la produzione del latte. Attenzione! ad attendere le capre c’era quasi sempre anche un capretto che si sfamava succhiando un pò del latte materno, il resto del prodotto andava invece munto e conservato per la colazione del mattino seguente di tutta la famiglia.

E su crabaxiu chi lo pagava? A turno, le famiglie mogoresi, lo invitavano a cena e si preoccupavano per il pranzo del giorno successivo. Pertanto stipendio non ne aveva e neanche cash, ma la pancia era sempre piena.

Altri tempi.

Altro il rapporto con gli animali.

Certamente diverse le colazioni.

gennaio 2014

g a b r i e l l a floris

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Dicembre

Buona giornata a chi va a messa ogni domenica scegliendo l’abbigliamento migliore e poi tutta la settimana sta in tuta da ginnastica. Buongiorno a chi usa con premura spazzola, gel e lacca e poi si fa spettinare dal vento e dalle delusioni. A chi è triste, a chi regala affetto agli anziani e ne trae giovamento. A chi ha trovato un cane per strada e poi decide di tenerlo. Buona domenica ai sognatori e ai dimenticati. A chi viaggia e a chi i viaggi se li fa a casa. Buon appetito a chi non vuole sentire, agli offesi e agli stravaganti, perchè di essi son le domeniche. Buon pranzo al coraggio e alla paura perchè i pranzi festivi gli appartengono. Buon pomeriggio al divano e al caminetto, al libro che stiamo leggendo e ci tiene compagnia. Suo è l’inverno tutt’intero. A un bicchiere di vino rosso e ad un amico sincero. A una telefonata che arriva da lontano, a mamma e babbo che guardano “alle falde del Kilimangiaro”. Buona serata a chi decide di amarsi e a chi preferisce lasciarsi. Ai dolori dell’anima, all’amarezza, al rancore ed alle illusioni dell’inverno. Buona serata a questo dicembre che entra freddo nelle ossa e nel ventre caldo. Buonasera signorina, buonasera! Buonanotte alle lenzuola fredde e al cuscino caldo. Buonanotte al passato e alle gioie che verranno, alle sfide e alle lotte che non finiscono mai. Alla sveglia che suona forte domani mattina. Buon Natale agli studenti, a Tina Turner, agli operai, agli allevatori e a chi lotta anche per noi. Loro è il regno della forza. Buone feste agli autistici del sentimenti e a chi invece li comunica con facilità. A un dono inaspettato, alle noci e alle noccioline. A Manuel Agnelli. Allo spumante e al panettone con i canditi. Felice anno nuovo a chi ha bisogno di rassicurazioni, alle maschere senza che sia Carnevale, ai sorrisi non dovuti, alla leggerezza e all’ironia. Alle barzellette e alla semplicità. Buon inverno a chi paga le bollette e a chi evade le tasse con scioltezza. A chi è in ospedale e a chi guarisce da una brutta malattia. A chi domani si alza e va a correre nostante il freddo. Ad essi appartiene il futuro. Ai visionari e ai passionali. Al sangue che scorre prepotente nelle vene. Felice anno nuovo agli artisti in genere, al loro estro dobbiamo la speranza e le riflessioni di tutti noi. A chi non vuole avere figli e a chi organizza il compleanno del proprio bambino. A chi prepara un thè caldo per riscaldarsi e a chi pensa già alle gite primaverili e alle serate estive. Buon anno al “Camino de Santiago”. Sue sono le gioie del fantasticare. Alle onde del mare, ai campeggi e all’abbronzatura. Eccoci di nuovo a pensare all’autunno con le castagne e le foglie che cadono e siamo subito ad un altro Natale e ad un nuovo anno.

Sempre tutto uguale e svariatamente diverso.

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g a b r i e l l a floris

dicembre 2013

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Tra aqua madalla e mabi fattus

Figli della scienza, dell’industrializzazione e della tecnologia, solo in pochi sono interessati a ritenere verosimili mabi fattus, aqua madallas e quant’altro. O almeno a ragionarci su. Se è vero che con la nascita della Scienza tutte le argomentazioni non dimostrabili caddero in disuso, d’altra parte ci sono studiosi che tutt’oggi parlano di noosfera, “sfera del pensiero umano”, e ne studiano il potere e le implicazioni nella nostra vita. Alla fine che c’è chi crede a verginità improbabili e spirito santo, perchè non domandarsi se davvero il pensiero dell’uomo abbia un potere o un’energia più grande di quanto si possa immaginare?

Sentite questa. L’anno scorso avevo un mal di testa continuo. Aulin ed Oki solo polveri inutili. Una febbricciatola fastidiosa continuava ad accompagnarmi già da una settimana e cominciavo a preoccuparmi. Qualcuno mi consigliò di farmi fare s’aqua madalla. Inizialmente storsi il naso, ma d’altronde… c’è chi è convinto della veridicità dell’arca di Noè perchè non avrei dovuto credere al potere pseudo-magico-curativo delle donne anziane del mio paese?

Eccomi dunque a casa di una di loro.

Il mio caso pareva più grave degli ultimi malati immaginari proposti all’attenzione dell’esperta, pertanto sarei dovuta andare personalmente due volte al giorno finchè i sintomi non si fossero dissolti. Acqua, grano, bolle e interpretazioni. Sembrava che qualcuno mi iat tirau ogu, mi avesse cioè invidiato ed augurato del male. Qualche idea su chi potesse essere stato ce l’avevo pure, ma oramai non mi restava che perseverare nella pratica curativa per diversi giorni senza neanche lamentarmi. Andai mattina e sera regolarmente. Soldi non ne accettò e la ricompensai con uova fresche delle galline allevate da mia mamma. Parve gradire. Il mal di testa sparì e la febbre si dissolse.

Energie negative ed energie positive: solo superstizioni e credenze popolari? Mio padre mi raccontò una storia capitata in seno alla sua famiglia. Sottolineò che si trattasse di una storia vera.

Suo nonno, tale Lorenzo Floris, sposato con Peppina Orrù, passeggiava un giorno nelle vie del paese con un suo amico. Mentre chiacchieravano del più e del meno, incontrarono il sacerdote dell’epoca, il quale in quel momento chiese all’amico di mio bisnonno di affidargli la figlia come perpetua. Il nonno di mio babbo, Lorenzo appunto, consigliò l’amico senza troppi giri di parole: “Guai a tui chi ddi donas a filla tua! nd’at a fai cussu chi bolit!. Insinuando in maniera non molto velata che il prete avrebbe potuto approfittare dell’innocenza e della giovane età della ragazza. Il sacerdote impallidì davanti a queste parole inaspettate e tremò dall’alto dei suoi poteri religiosi: “Custa Larenzu Froi mi da pagas”

Su mabi fattu era già nell’aria. Non passò molto tempo prima di rivelarsi con tutta la sua veemenza.

Lorenzo Floris sino ad allora era un agricoltore benestante. Novanta – cento anni fa chi possedeva terreni e bestie era da ritenersi fortunato. Con Peppina aveva messo al mondo sette figli, cinque femmine e due maschi. Tra gli altri c’era mio nonno, Antonincu, che riuscì a comprarsi faticosamente una vigna in S’anei. Lorenzo aveva campi di grano, orzo e diversi gioghi di buoi, di quelli che si vedono ancora oggi solo nelle feste più importanti. Erano utili ad arare terreni e trainare carri. Iniziò proprio da loro a manifestarsi il maleficio: una di queste bestie perse un corno, lo spezzò accidentalmente. Qualche altro animale di lì a poco morì. Perdere animali così preziosi per l’uomo significava ovviamente rinunciare ad un aiuto importante nel lavoro agricolo. Per una o due stagioni il raccolto andò in malora e una brutta carestia si abbattè sulla famiglia Floris. Lorenzo sempre più spesso cominciò ad affogare i suoi dispiaceri nell’alcool, a vendere terreni e tutto quello per cui aveva lavorato una vita intera. Tornò in miseria.

Intanto il prete venne trasferito a Gonnosfanadiga. La mia bisnonna, Peppina, moglie di Lorenzo, era una donna coraggiosa e non temeva nessuno. Decise pertanto di andare a piedi sino a Gonnos. Camminò senza scarpe per dei giorni. Il freddo e l’umidità della notte, animali notturni e stanchezza. Finalmente ebbe udienza con il parroco causa delle sciagure della sua famiglia e lo supplicò di spezzare l’incantesimo malvagio. Ma il curato non ne volle sapere. “Naraddi a pobiddu tuu, dde beni cussu a is peis mius a mi pregai!!”

La moglie ripercorse il viaggio a ritroso afflitta e desolata, consapevole della cocciutaggine del marito; infatti, riportategli le parole del prete, reagì così: “M’ap a morri pudriau ma de cussu deu no ddui andu!!”.

Morì povero e dedito all’alcool in una casupola nella vigna di Antonincu.

Ecco, io non so se davvero le disgrazie della famiglia di mio bisnonno fossero da accreditare a su mabi fattu del sacerdote permaloso o se invece siano ascrivibili a quello che chiamiamo destino o alla scarsa forza di reagire che lui dimostrò davanti alle difficoltà; tuttavia penso sia bene conservare memoria di fatti e misfatti che hanno accompagnato i nostri predecessori.

La verità poi lo sappiamo. La verità non esiste. 

g a b r i e l l a floris

dicembre 2013

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Di fatti e fate.

Non tanto tempo fa, nelle scuole elementari di un paesino della Sardegna, uno dei temi proposti dalla maestra fu il seguente: “Racconta una storia immaginaria“.

Era una giornata uggiosa, il cielo era coperto e il vento soffiava in modo fastidioso. Caterina, tutta occhiali e lentiggini, si mise d’impegno. Una coda di cavallo le raccoglieva i capelli ed evidenziava le sue guance paffutelle. Non amava la geometria e neanche la matematica, ma era risaputo che fosse una bambina fantasiosa. Una volta si abbarbicò su un albero a spiare la luna e ci rimase delle ore; adorava i cruciverba e sferruzzare con la lana. Non le importava di non saper fare bene le divisioni o se non capiva appieno le frazioni: a lei piaceva scrivere. L’ortografia era incerta e saltava all’attenzione di chi correggeva il suo compito qualche doppia di troppo e qualche virgola in meno. Comunque sia alla maestra il suo tema piacque tantissimo. Lo lesse lei stessa ai suoi alunni e tutti ne apprezzarono la stravaganza, qualcuno rise e qualcun’altro prese in giro Caterina, ma se Luca e Giovanni raccontarono di rospi che gracidano sotto il loro letto e di princìpi che duellano nel giardino di casa, la storia inventata dalla bambina era questa.

Il nonno di Caterina faceva il pastore e si sa che nessuno più dei pastori conosca bene il territorio della propria zona. Ogni anfratto, ogni albero, ogni pozzo. Ne conoscono fattezze, dislocazione precisa e bellezze. Primi a godere delle primizie del territorio, dai funghi agli asparagi, dai fiori profumati alle erbe aromatiche, portano sulle spalle questo sapere sconosciuto ai cittadini tra silenzi e solitudini.

Un bel giorno di primavera il nonno decise di portarla in un posto lontano. Il percorso iniziava nelle curve che risalgono dal bivio e portano sino al paese. Il nome in sardo della località non se lo ricordava proprio, ma sapeva benissimo di aver camminato a lungo, superato macchia mediterranea e nuraghi dimenticati dal tempo, rigolii d’acqua, tane di volpi e nidi di falchi. Sapeva di essersi inerpicata tra la vegetazione fitta, corbezzoli, lentisco e ginepro. Le farfalle erano in festa e i campi di margherite erano ben sdraiati al sole ad illuminare ancor di più la giornata mentre il cielo azzurro rifletteva le loro mosse. Camminarono ancora a lungo. Caterina era stanca ed assettata, ma il nonno la incoraggiò.

“Vedrai che ti piacerà, è un posto magico!”.

E così fu.

Si trattava di un’abitazione all’interno di una roccia. Un cunicolo di qualche metro li conduceva dentro la prima stanzina, da qui poi ce n’erano delle altre collegate tra loro, tutte minuscole e colorate di un bel rosso porpora. “Sono case delle fate, ti pacciono?”. La risposta la si poteva leggere negli occhi di Caterina illuminati dalla gioia. Sorrise un pò all’idea che potessero abitarci delle creature straordinarie, pensava che si trattassse della fantasia del nonno. Invece dovette dargli ragione. Da una delle stanze, illuminate dapprima solo dalla loro pila sgangherata, uscì una piccola ragazzetta che rischiarò tutt’intorno. I capelli castani, morbidi e profumati, gli occhi da cerbiatto e la pelle bianca e lucente con dei riflessi argentati. Ne arrivò un’altra e un’altra ancora, vestite di lino e fili d’oro. La bocca di Caterina si spalancò dallo stupore e non riusciva a distogliere lo sguardo dalle loro movenze, dai loro abiti e dai loro piedini scalzi ed eleganti. Anche le fate la guardarono a lungo. La circondarono, controllarono i suoi vestiti, il suo orologio e i suoi stivali consunti. Fu felice! Fu come stare in un altro mondo, ma senza paura alcuna.

Pare che il nonno, dal giorno che scoprì questo posto magico, portasse sempre le sue poche pecore a passare la notte al riparo dalle gelate invernali e dai predatori notturni e che poi, all’indomani, arrivasse al mattino per portarle a pascolare. Caterina era entusiasta. Le fate cominciarono a farle mille e una domanda e le raccontarono qualche dettaglio della loro vita clandestina. Ultime rimaste tra le creature straordinarie della Sardegna, esistevano in quelle zone da tempi remoti trasferendosi di casina in casina. Questa era tra le loro preferite. Si facevano vedere solo dai pastori, ma non tutte erano brave. Loro li proteggevano e ne illuminavano la strada nelle notti senza luna. Alcune però erano malvagie e si divertivano a mettergli paura con canti fastidiosi e tiri mancini. Questo avveniva perchè purtroppo l’uomo era responsabile della perdita dei loro poteri. Cambiamenti climatici ed inquinamento avevano causato la scomparsa da questi territori di due uccellini che da sempre gli rifornivano poteri superiori. Su ghiri scraxiu arrubiu, un volatile allegro e minuscolo, che non si vedeva più da quelle parti da decenni, dava loro il potere di spostarsi magicamente da una abitazione all’altra evitando la possibilità di essere viste da qualcuno; mentre s’acciappa muscasa, con il suo nido a mò di calza velata, dava loro la possibilità di proteggere chiunque si trovasse in un periodo di cambiamenti e transizione.

Caterina osservò con attenzione le meraviglie delle loro casine. Al centro del pavimento di pietra, delle coppelle contenevano polveri colorate e metalli preziosi, nelle pareti cerchi concentrici adornavano di rosso e nero tutto quanto e un buon profumo di ambra era sparso dovunque. Il soffitto pietroso imitava un tetto e le stanzine concentriche parevano un labirinto dove preferì non inoltrarsi.

Qualche mese più tardi, la brutta malattia che attanagliava il nonno da lungo tempo, alla fine se lo portò via. Caterina pianse di continuo, senza mai fermarsi, per tre giorni e tre notti.

Alla maestra, viso spigoloso e capelli biondicci, il tema piacque così tanto che cominciò a pensare che non si trattasse di sola fantasia della bambina, ma che in un certo qual modo il suo racconto potesse corrispondere a verità. Molti elementi facevano pensare senza rimedio alle numerose domus de janas rinvenute in buona parte della Sardegna, ma non nel territorio di questo paese. Si poteva benissimo ipotizzare la presenza di preziose casupole nelle campagne circostanti, delle quali mai nessuno dei locali viventi seppe nulla. O perlomeno poteva essere verosimile che nessuno volle parlarne mai, portando con sè il segreto sino alla tomba. L’immaginazione della maestra cominciò a volare alto. Sarebbe stata una scoperta di grande eco. Avrebbe potuto lei stessa dirigere i lavori di restauro, sfrutttare l’ultima legge Regionale in materia di finanziamenti per gli scavi archeologici e fare del suo paese, da sempre dedito all’agricoltura e all’allevamento, una perla del turismo culturale sardo. Avrebbe anche potuto fare un gran figurone con il sindaco e tutta l’amministrazione comunale, per non parlare dei complimenti che avrebbe ricevuto dai suoi concittadini! Archeologi di varie università sarebbero accorsi ad approfondire gli studi preistorici sulle civiltà del Mediterraneo.

La maestra si intestardì a tal punto che dopo innumerevoli domeniche trascorse a percorrere diverse località che potessero avvicinarsi a quella descritta da Caterina, alla fine, con un taglio sul gomito e un bernoccolo sulla fronte, riuscì a trovare la roccia preziosa. Si trattava dunque di domus de janas. L’oralità popolare vuole che ad abitarci siano delle fate, ma in realtà gli archeologi non hanno alcun dubbio: si tratta di tombe di età prenuragica in cui venivano deposti cadaveri e avevano funzione sacra. Tombe prenuragiche rimaste intatte per secoli e secoli. C’era soltanto da richiamare l’attenzione della stampa e della Regione Sardegna tutta intera.

Tutto il resto che la fortunata maestra sognò ad occhi aperti prima dell’importante scoperta avvenne sul serio nel giro di qualche anno. Si costruirono centri di accoglienza e si preparò il paese, con incontri e conferenze, ai benifici che le domus de janas avrebbero apportato.

Ma le fate? Nessuno le vide mai. Fu per questo che si pensò che parte del racconto di Caterina fosse davvero inventato. Forse le tre creature si persero nell’indelicatezza degli archeologi e nelle campagne elettorali dei politici, nei ragazzini svogliati guidati da professori incuriositi dai dettagli, nei rumori assordanti ai quali non erano abituate.

Caterina vi riandò per conto proprio, ma neanche lei potè vederle e pianse per tre giorni e tre notti.

Un giorno speciale però capitò un fatto strano. Era un periodo di cambiamenti fisiologici per lei, si apprestava a lasciare il mondo dell’infanzia per entrare a far parte di quello degli adulti. Un pomeriggio, quando si trovava vicina alle curve che si inerpicano verso il paese, si fermò un attimo a godere del panorama e tra le fronde degli arbusti, tra il mirto, il rosmarino egli asfodeli potè notare un esemplare di ghiri scraxiu arrubiu e non molto lontano intravide tra gli olivastri una coppia di acciappa muscasa. Li riconobbe subito ricordandosi delle descrizioni fattele dalle sue straordinarie. Una gioia fortissima le invase lo spirito e non le ricapitò mai più di piangere per tre giorni e tre notti, consapevole che da qualche parte in quei territori fossero ancora presenti le fantastiche janas.

g a b r i e l l a floris

novembre 2013

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Impressioni di novembre.

In cimitero non vado mai. Vado solo il primo novembre, una volta all’anno. Un appuntamento obbligato perchè poi mi sento in colpa se non vado neanche in questa data. Troppo occupata a vivere mi dimentico della morte. Ma ai miei cari defunti ci penso lo stesso, anche se non vado più di una volta all’anno a trovarli. Una specie di visita legata alla tradizione e al dover fare e trafficare con fiori e lumicini di varie grandezze. Fu un grosso passo avanti per l’uomo quando cominciò a dare sepoltura ai suoi morti e a dimostrare cure e attenzione verso i suoi avi che furono presto venerati e addirittura presi in considerazione prima di grandi eventi e battaglie in diverse culture antiche.

Non posso esimermi dal dovere.

Guarda quello senza neanche un fiore, ma come fanno i parenti a non pensarci? Ma dimmi tu!!! guarda quell’altro.. te lo ricordi? Si che me lo ricordo! non sembra vero che sia qui.. una volta mi aveva chiesto un passaggio per Oristano. E questa coppia? Guarda.. morti assieme in un brutto incidente stradale. Gua .. c’è anche Tizio poverino.

E’ vero che mi considero atea, ma che cosa sono io davanti alla morte? Niente. Abbozzo perciò un maldestro segno della croce per rispetto davanti a tanto potere che ogni volta ci lascia esterrefatti e impotenti. Solo silenzio davanti alla morte. Cos’altro? Siamo solo canne al vento d’altronde, come ben altri pensatori hanno colto prima di me.

E’ vero, rattrista l’anima andare in camposanto. Io comunque il primo novembre di tutti gli anni immagino che i defunti di ogni cimitero siano in festa e così mi rassereno. In effetti è tutto un insieme di colori e di decorazioni varie, profumo di rose e gladioli e crisantemi e luccichii particolari. Si incontrano i vivi e i morti in quel giorno e si parla e discute di loro: dei defunti. Certo, siamo portati a credere che preferirebbero stare tra noi vivi, ma negli altri giorni sono certamente più tristi: pioggia, sole, vento e silenzio. Qualche fiore, poche luci.

Ci vado poco, ma non mi accontento di visitare solo i miei cari.

Il tour continua. Zone nuove e zone vecchie, tombe dei ricchi e quelle dei poveri. Tanto vicine e tanto lontane allo stesso tempo. Marmo ridente e terriccio fangoso o friabile. In realtà una volta defunti, diventiamo tutti uguali: un mucchietto di ossa e nient’altro. Non importa se si è stati nobili e aristocratici o umili servitori. Alcuna differenza, anche se le tombe maestose vorrebbero ancora ricordarci certe varianti sociali. A Mogoro ad esempio ce ne sono di molto belle, quelle dei Sanna e quelle dei Paderi, ultimi pezzi di una aristocrazia andata in disuso con l’avvento della Repubblica. Non gli resta che una funzione storica, quella di ricordarci come eravamo.

Guarda questo.. aveva solo tre anni.. che bellino! E questa? Nata nel mio stesso anno.. chissà com’è morta! Te lo ricordi il fratello di Caio? Eccolo! E lui? Chissà perchè avrà scelto di morire! Guarda che bello questo marmo nero e che bella confezione di fiori ! Penso che io nella mia tomba preferirei dei fiori della stessa tonalità di colore, tutti gialli o tutti arancioni o tutti rossi, senza che si mischi troppo. Vanità e frivolezza. Poi tra una considerazione e l’altra la pancia comincia a brontolare, quasi a voler ricordare la fisicità del mio corpo, che sono viva e che ho maledettamente fame! il cielo si oscura e iniziano a cadere delle gocce dal cielo. Potrei bagnarmi e prendere freddo, non sia mai che prenda un malanno.  Un altro pensiero verso i miei cari e vado via.

flogabry

novembre 2013

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Rivelazioni di un koala

Forse nessuno ci crederà. Probabilmente molti penseranno che io sia una visionaria o che menta. Certi rideranno e altri non continueranno nella lettura. Ma trattasi di verità. Vi garantisco che non sono vaneggi e che si tratta effettivamente di un’esperienza vissuta nel pieno delle mie facoltà mentali e delle mie capacità critiche o meglio di quelle abilità che mi permettono di distinguere il vero dal falso. Nessun artefatto. Nessuna immaginazione né invenzione.

Rincasavo dalla mia solita passeggiata pomeridiana. Nell’imbrunire autunnale una luna piena e gialla osservava precoce i miei passi nella stradina che da Mogoro porta alle campagne di “Trioi”. Nessun’altra persona nelle vicinanze. Solitamente incontravo sempre qualcuno con cui ero solita fare un commento rapido sul clima o sulla velocità della corsa, per poi continuare speditamente il mio cammino. Quella sera avevo però tergiversato con nipoti e faccende varie e l’orario solito della camminata a passo svelto si era inesorabilmente spostato. E’ per questo che non avevo incontrato anima viva. Generalmente i miei compaesani, timorosi delle ombre della sera e degli animali delle campagne, si dedicavano allo sport en plain air almeno due ore prima a quella in cui avevo deciso di andare io quella sera.

Osservavo ogni mio passo e tutt’intorno a me. Terreni bruni emanavano il profumo tipico delle zolle rivoltate dall’aratro, vigne rossastre, stoppie bruciate dai contadini, legna accatastata per l’inverno e il silenzio dell’ottobre avanzato. Ad un certo punto, mentre pensavo a come avrei potuto spostare i mobili della mia camera per darle una nuova luce, apparve sul mio cammino un insolito animale, il cui habitat non è di certo la campagna sarda. Si trattava di un koala appena sceso da un eucalipto che affiancava la strada. Rimasi turbata. Camminava proprio verso di me in maniera goffa e bonaria. Non sapevo esattamente cosa fare. Istintivamente presi una pietra in mano, quasi per potermi difendere nel caso in cui mi avesse assalito. Ma non pareva proprio avere questa intenzione. Ad un tratto mi si piazzò davanti interrompendo necessariamente il mio cammino. Lasciai cadere la pietra e lo presi in braccio. Ero sbalordita e felice allo stesso tempo. Era morbido e caldo. Mille domande mi balenarono in mente. Ero indecisa. L’avrei voluto mostrare ai miei nipoti, ma che ne avrei fatto se anche l’avessi portato a casa? E soprattutto cosa ci faceva un koala a Mogoro? Animale che assieme al canguro è simbolo dell’Australia?! So bene che qualcuno non crederà alle mie parole, io stessa, se non avessi vissuto questa esperienza in prima persona, non ci avrei creduto con scioltezza. Ma al di là della veridicità degli episodi che sto narrando, vorrei solo essere ascoltata.

Il koala cominciò a farfugliare parole di senso compiuto in lingua sarda. Non sapevo se abbandonarlo e incominciare a correre a casa in preda al panico o se prendere il telefono e registrare quello che stavo vivendo, consapevole che poi, quando lo avessi raccontato, nessuno mi avrebbe creduto. Alla fine, impietrita dallo stupore, ascoltai quanto aveva da dirmi.

Mi diede delle indicazioni molto precise e particolari circa una raffigurazione che presto sarebbe arrivata alla ribalta dei mogoresi.

In una casa del centro di Mogoro, che a breve sarebbe stata ristrutturata, in prossimità di un arco, i proprietari avrebbero trovato un’antica scultura raffigurante una donna con i capelli sciolti. Mi mise in guardia raccomandandomi di stare ben attenta perché le sembianze della donna, tra cui il segno di un piccolo sfregio sulla guancia, avrebbero convinto anche gli archeologi più esperti che si trattasse della Giudicessa Eleonora, figlia di Mariano IV e promotrice della Carta De Logu in epoca medievale. Tutti avrebbero ipotizzato che l’edificio avesse ospitato la Giudicessa e in suo onore fosse stata ricavata la piccola scultura. Sarebbe stato mio compito dimostrare che in realtà l’effige rappresentasse una donna australiana, figlia di un colono inglese, vissuta tanto tempo fa, la quale, innamorata di un mogorese trovatosi in Australia in circostanze fortuite, avesse abbandonato la sua nazione per seguirlo a Mogoro. Dopo una iniziale convivenza pacifica i due iniziarono a litigare. Capitava spesso che subisse le più inaudite violenze dal suo compagno. Un giorno in una delle colluttazioni la donna morì incidentalmente andando a battere lo zigomo su uno spigolo appuntito. Del suo cadavere nessuna traccia mai. L’uomo, rimasto impunito, dopo molti anni, quando già l’australiana era nel dimenticatoio dei più, volle rappresentare la sua amata su una parete di casa sua. Pertanto io avrei dovuto raccontare ai miei compaesani questa storia stravagante di cui non era rimasta alcuna traccia né negli archivi comunali, né in quelli episcopali e tanto meno si era tramandata oralmente.

Il koala non aggiunse altro. Balzò con facilità dalla mie braccia tremanti e scomparve quando ormai era calato del tutto il nero della notte. Rincasai e non ne feci parola con nessuno.

Solo oggi, alla luce dell’avvenuta scoperta dell’effige, ne faccio menzione.

ottobre 2013

flogabry

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Un dono particolare

Questa è la storia di un paese di poco più di 300 abitanti che ricevette un dono da parte di due musicisti in combutta con il loro giovane sindaco e altri amministratori. Il regalo consisteva in un concerto di circa un’ora e mezza da tenersi nella chiesa principale del paese.

Gli abitanti ne furono subito entusiasti. Un concerto in paese non si vedeva dai tempi del boom economico ed era assolutamente un evento imperdibile. Andarono in tanti ad ascoltare le maestrie sonore dei professionisti. Molte le vecchine che rispolverarono abiti inusitati preferendo fantasie delicatamente floreali al posto del luttuoso nero. Sindaco in pompa magna con striscia tricolore per dare il benvenuto ai musicisti; qualche giovane signora con rossetto e tacchi alti, finti intenditori e dei giovanotti scapestrati. Di gioventù in realtà ne era rimasta ben poca dato che molti avevano preferito seguire strade differenti e allontanarsi dal paese che poco offriva a chi era ricco di sogni e speranze. Si diceva che chi avesse deciso di rimanere fosse o pazzo o laureato.

La Chiesa era piccola e l’acustica perfetta. Poche luci ad illuminare i volti e le movenze dei chitarristi esperti. I bancali pieni, le mura spoglie delle pareti della Chiesa, giusto qualche fiore e statue e santi ad ascoltare pure loro.

I due iniziarono a suonare. Il loro tocco era soave e delicato e all’inizio strapparono applausi con facilità da tutti i presenti che si guardavano compiaciuti e contenti. Tecnicismi, esperienza nel suono e totale conoscenza dello strumento. I due entrarono in una sorta di estasi totale che li portò a chiudere gli occhi e seguire soltanto la musica e gli effetti delle loro dita sulle chitarre in un tripudio di suoni ed dolci emozioni.

Ma qualche vecchina diede presto segni di cedimento. La digestione lenta, la scarsa abitudine ad uscire dopo cena, il caldo e la cantilena della musica dal vivo furono una combinazione perfetta che agevolò il sonno.  Qualcuna cominciò ad accasciarsi sui bancali della Chiesa. Qualche signora più giovane cominciò a battere le palpebre dieci, cento e mille volte per cercare disperatamente di tenere gli occhi ben aperti, ma alla fine tre o quattro delle presenti si videro costrette a poggiare la testa sui propri mariti, i quali, di rimanere vigili e attenti all’ascolto, ne avevano ancora per poco. Dei signori, non riuscendo proprio a controllare il sonno, alla fine lasciarono che il capo gli dondolasse liberamente. Poi c’erano i bambini che si addormentarono in grembo alle mamme e queste, a forza di dondolare i loro pargoli, si addormentarono pure loro.

Ma i musicisti  continuarono a suonare ad alti livelli in un orgasmo di ritmi che li coinvolgevano senza neanche rendersi conto del loro pubblico particolarmente spento.

I giovani decisero a metà concerto di uscire a prendere una boccata d’aria e a bere quelle quattro birrette solite. Anche il sindaco cedette alle tentazioni di Morfeo e la fotografa, venuta per testimoniare l’evento musicale, si addormentò tra un gradino e l’altro dell’altare.

Quando ormai erano giunti al loro ultimo pezzo e si aspettavano un’ovazione dal pubblico con scrosci di applausi interminabili, i due musicisti aprirono gli occhi e si resero amaramente conto che il religioso silenzio del pubblico non era affatto dovuto all’interesse nei confronti della loro musica: tutti dormivano da un pezzo.

Tronfi della loro sapienza musicale, abituati a ricevere grandi complimenti ed a rispondere alle domande degli intenditori ci rimasero così male che ritirarono velocemente i loro strumenti, si asciugarono il sudore e mogi mogi abbandonarono la chiesa che continuò a ronfare indisturbata sino all’indomani.

agosto 2013

flogabry

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L’arrivo dello sceicco e le fantasie dei locali

Tra voci contrastanti e variopinte informazioni pare sia arrivato in Sardegna uno sceicco arabo che ami dedicarsi all’ippica. Nei prossimi giorni verrà  accolto in un noto residence di Arborea, a pochi Km da Mogoro. Cameriere in subbuglio lustrano già lampadari e rubinetteria d’oro. Un terreno è stato affittato appositamente per far atterrare il suo elicottero privato. Tutti a dargli il benvenuto ed a stendere tappeti rossi che chissà non lasci qualche lauta ricompensa anche per quello. Puledri puro-sangue, cani di razza e un seguito di tante persone: dal cuoco personale agli stallieri e ai veterinari, dal massaggiatore al medico privato ed all’organizzatore di ogni suo passo. D’altronde non è che possa chiamare in prima persona per prenotarsi un albergo e riferire di ogni suo desiderio. Ci dovrà pur essere un’assistente che se ne occupi! Che ne so.. magari in camera esige sempre un cesto di mango del Madagascar ed olii del deserto per profumarsi ed un garzone che gli sventoli un ventaglio del Giappone ed una piccola orchestra dal vivo che lo sollazzi e non gli faccia pensare ai problemi esistenziali. Vasche idro-massaggio con acque mineralizzate ai diamanti del Senegal ed una TV da 70 pollici per vedere il concerto dei Pink-Floyd, tenutosi a Roma, al quale non ha potuto partecipare per ovvi motivi logistici. E poi lo seguono mogli, mogliettine e parenti vari. Mica sarà facile conciliare tutte queste relazioni parentali.  E se poi il suo cavallo preferito dovesse starnutire? Chi mai lo consolerebbe?

C’è chi dice addirittura che voglia comprare l’intero Sinis. Ve l’immaginate San Giovanni blindata per far scorrazzare liberamente i suoi cani? O Is Aruttas sede di un accampamento di principi orientali? Con danzatrici del ventre da mille e una notte ed altre pollastrelle che versano tè speziati e altre specialità tipiche di Dubai?

Ohia, no no.

flogabry

agosto 2013

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Un nemico nella notte

Rientro alle due di notte. Cielo estivo senza luna. Due giri di chiave mi permettono di aprire il portone di casa. Non vedo l’ora di buttarmi sul letto. Serata normale in un’estate regolare. Attraverso il cortile. Faccio per entrare in cucina nel buio dei miei passi. Domani voglio andare al mare e mi metterò il costume nuovo.

Ma un’ombra nella notte mi blocca. Un essere furtivo si rende conto della mia presenza improvvisa e inaspettata. E’ una sagoma che si aggira nel silenzio della cucina di casa mia alle due della notte fonda; quando tutti dormono e io sto rincasando. Mi vedo costretta ad affrontare un  essere che mangia la torta alle mele sfornata poche ore prima da mia mamma. La bestia pelosa fugge, entra nell’uscio che porta al piano superiore. Esattamente dove dovrei passare io.  E’ così randagio che potrebbe saltarmi addosso e graffiarmi.. lanciarmisi addosso e farmi cadere nelle scale. Che fare? Non posso mica dormire in cucina! Da dove è arrivata quella pericolosa creatura malefica che mi ha distolto dai pensieri più leggeri e in un attimo è diventata il mio nemico?

Ci ragiono un attimo. Il cuore è molto acceso. Trovo coraggio. Prendo il bastone della scopa e faccio per salire le scale. Potrebbe sbucare in ogni momento. Scalino dopo scalino. Mi guardo intorno e avanzo pronta a difendermi come un samurai. Poi due occhi illuminati mi osservano furtivi. Eccolo il nemico! è davanti a me che mi aspetta. che fare? Maledetto e inutile animale. Sudo e avanzo di un altro gradino. E’ incerto. Tentenna. Non sa come agire. Poi fugge. Intimorito dalla mia finta sicurezza. Entra nel bagno ed esce dalla finestra con un agile balzo che lo porta subito sui tetti del paese.

Entro e la sigillo.

Buonanotte stupido gatto che hai stimolato le mie paure più recondite.

flogabry

agosto 2013

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