Il bullismo di una volta

Qualche giorno fa mi son trovata immersa nell’acqua cristallina di Torre dei Corsari assieme a mia mamma e mio babbo. Eravamo tra le rocce, il piacevole fluire delle onde tenui, il sole caldo, il venticello fresco, i granchietti e la gioia incontenibile di essere finalmente in ammollo. In lontananza gli ombrelloni dello spiaggione e qualcuno che pescava. Lui era in vena di chiacchiere. Io lo stavo ad ascoltare senza pensieri.

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Mio padre aveva su per giù dieci anni quando gli diedero l’incarico di trasportare il latte di pecora appena munto, dalla zona de “Su Tiru a Segnu” dove si pascolava il gregge, sino al piccolo caseificio che raccoglieva il latte degli allevatori del paese, vicino alla casa che oggi è di Mario Floris. L’asino che trainava il carretto sapeva meglio di lui dove passare. Allegro e spensierato mio babbo, ancora bambino, svolgeva questo compito passando nelle vie polverose di Mogoro che di asfalto ancora non ne avevano visto.

Era capitato una prima volta: dei bambini di qualche anno più grande di  lui, avevano fermato l’asinello. Lui non sapeva bene cosa volessero, impaurito, cercava dapprima di dimostrarsi coraggioso e forte. I ragazzini, più che a mio padre, erano interessati al latte appena munto. Erano gli anni ’40 e il cibo scarseggiava davvero, non sempre bastava a soddisfare l’appetito di tutti i componenti delle numerose famiglie dell’epoca. I bambini andavano vestiti con dei pantaloncini sconci, qualcuno aveva una bretella, ma nessuno aveva le scarpe. Quando non stavano imparando un mestiere da un artigiano o guadagnandosi un pezzo di pane nei campi, qualcuno si riversava per le strade a compiere monellerie. Mio babbo si sentiva impotente quando  i suoi rivali, muniti di una lunga canna che usavano a mo’ di cannuccia, aprivano la damigiana, chiusa da un tappo di sughero e una pezza di cotone bianco, e tiravano su il latte. Iniziava a piangere, minacciando che l’avrebbe detto al padre e che gliel’ avrebbe fatta pagare sicuramente! (“du nau a babbu, du nau a babbu, ge si du faidi bì cussu”!). Bevevano a turno i ladruncoli, fino a che la loro pancia smetteva di brontolare. Poi lo lasciavano in pace e facevano ripartire l’asinello. Tra le lacrime e l’indignazione mio padre rientrava a casa scocciato per l’umiliazione subita, per il fastidio che aveva provato a sentire le risa dei bambini più grandi lui, per non essere riuscito a proteggere il latte e soprattutto per la preoccupazione di poter essere sgridato anche in casa quando l’avesse raccontato al padre. Confidò subito l’accaduto. L’avevano attaccato in tre o quattro, confidò nomi e cognomi dei bulli affamati che tanto avevano osato, (“su fill’ a su talli, parenti da cussu e parenti da s’attru”) con la speranza che presto sarebbero stati severamente ripresi. Il padre chiese solo quanto latte era venuto a mancare in caseificio. Ne mancava all’appello poco più di un litro, singhiozzava mio babbo. Mio nonno si fece una risata e lo tranquillizzò, gli disse di lasciar fare qualora fosse ricapitato perchè certamente quei ragazzi dovevano aver fame!

Ricapitò ancora, ma mio padre, ubbidiente, smise di piangere. Aspettava con rassegnazione che si nutrissero e facessero ripartire l’amabile asinello.

flogabry

luglio 2016

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