Mai raccogliere quel grano in quel di Cabras

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Trasferita da più di un anno a Cabras, paese ridente della penisola del Sinis, dello stagno che ospita i fenicotteri anche d’inverno (e mi rendono tanto felice), dei pescatori più abili, della bottarga migliore, della corsa degli Scalzi, delle incantevoli spiagge dell’ oristanese.

Entusiasta della mia indipendenza, del sentirmi donna libera, del mio rifugio anche se fuori piove, cerco di essere cordiale con i vicini di casa. Contraccambio volentieri sorrisi e chiacchiere senza però occuparmi degli affari altrui in modo che nessuno si senta in diritto di occuparsi dei fatti miei. Ad essere cortesi comunque non si sbaglia mai.

Una mattina di qualche mese fa  esco di corsa per andare a lavoro e vedo l’andito imbandito a festa:  fiocchi e ghirlande adornano gli spazi in comune del piccolo condominio. Intuisco che si tratti di una ricorrenza o di un’occasione per festeggiare, ma non ho modo di informarmi a quell’ora fredda del mattino. Non incontro nessuno che mi possa spiegare, pare che i vicini dormano ancora, e filo via.

Rientro dal lavoro intorno alle due del pomeriggio. I cocci dei piatti di ceramica, rotti in occasione de s’anazza, sono esattamente a ridosso del portoncino d’ingresso. Granaglie varie invocano fertilità e prosperità, nessuna caramella, nessun soldino. Si è trattato certamente di un matrimonio. La dirimpettaia conferma: la figlia della mia vicina di casa si è sposata. Diciannove anni più o meno, bella come il sole con i capelli lunghi e ricci, un sorriso docile in un corpo gracile. Sono contenta. Mi piacciono i matrimoni degli altri e le feste in generale.

Diverse volte a settimana ogni condomino ha l’onere di dare una lavata all’andito e alle scale.  Quel giorno è il mio turno di pulizia. Penso bene di far cosa gradita spazzando e raccogliendo cocci e rimasugli di grano dall’uscio. Mando un messaggino augurando tanta felicità agli sposi novelli e poi dormicchio abbondantemente sul divano, ignara del pa-ta-trac che sta per incombere.

L’indomani bussa alla mia porta la vicina, nonché la mamma della sposa. Porgo personalmente  i miei migliori auguri con un bel sorriso, ma i suoi toni sono altri. Mi rimprovera abbondantemente dopo aver indagato sul colpevole, su chi, cioè, si fosse permesso di raccogliere i resti de s‘anazza prima che passasse un’intera settimana, come la migliore tradizione impone nel paese di Cabras. Solo il vento può portare via tali resti!! Sono costernata. Non so esattamente come fare a chiedere scusa, spiego che nel mio paese non siamo soliti lasciare intatte le tracce de s’anazza per così tanti giorni, ma che delle abili donnine , armate di scopa e paletta, puliscono tutto quanto non appena gli sposi si allontanano. Mi rendo conto di essere poco convincente per essere scusata con facilità. Metto in chiaro che non era assolutamente mia intenzione provocare disagio e irritazione in nessuno. Spiego, con la coda fra le gambe, che pensavo fosse una cosa ben fatta, per non intralciare nessun condomino nel passaggio in casa. Era ovvio, a mio avviso, che tutto quel misto di grano e ceramica andasse ripulito dall’ingresso.  La signora incalza aggiungendo che la sposa ha pianto a lungo una volta che si è resa conto dell’avvenuta offesa. Oddio, inizio davvero a pensare che stia scherzando. Capisco che mi si spieghi che qui a Cabras la tradizione imponga questa regola, ma da qui a singhiozzare per una manciata di grano e quattro cocci, mi sembra un po’ esagerato. Fuori dai tempi direi. D’altra parte mi sembra che si voglia trovare un colpevole qualora, malauguratamente, il matrimonio di questi perfetti sconosciuti dovesse rompersi. In effetti sono stata io, proprio io, a scatenare il sacrilegio ai loro occhi. Insomma cerco di rimediare al rimediabile, ma ahimè il danno è fatto: il grano nell’umido e i cocci tra il vetro e le lattine della mia pattumiera. Mi sento abbastanza cretina perché avendolo saputo avrei certamente lasciato tutto intatto!! Sia per il buon auspicio di un amore eterno come si augura agli sposalizi, sia per evitare danni diplomatici nel vicinato.

Tuttavia la chiacchierata si conclude con grande comprensione da parte della vicina di casa. D’altronde sono una forestiera e si sa… ogni paese ha le sue tradizioni, pertanto, proprio perché sono stata io, ossia l’unica del condominio a non conoscere certe particolarità del paese, merito perdono e comprensione.  L’oltraggio sarebbe stato decisamente più grave se a metterlo in pratica fosse stata qualche cabrarissa doc, ma insomma.. per una mogorese neo-trapiantata si può chiudere un occhio.

Un bel sospiro di sollievo.

Grazia ricevuta.

Sono salva dai.

Viva gli sposi.

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2 risposte a Mai raccogliere quel grano in quel di Cabras

  1. flogabry ha detto:

    ciao Daniele, si si… mi raccomando non raccogliere mai niente, fai finta di nulla ahahahha

  2. Daniele Sechi ha detto:

    ahahahah questa usanza non la conosco, d’ora in poi se vedo cocci a terra a cabras mi faccio i fatti miei ahahahah

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