Berchidda al sale

A Berchidda ci sei mai stata?

No, mai.

Chi è qui per la prima volta? qualcuno intervista bonariamente chi, attorno a lui, cerca refrigerio in un tavolino da bar.

Io alzo il ditino assieme a pochi altri e mi inserisco tra coloro che mai hanno provato l’esperienza-Berchidda-jazz.

Tutti gli altri a ricordare fatti, persone e avvenimenti di edizioni  scorse.

Io ci vengo da dodici anni, dice uno. Qualcun altro c’è stato nel 2003 e chi invece nel 2005.

Sfatti da giornate di mare e campeggi clandestini ci si ritrova tutti a Berchidda a voler condividere i piaceri di questo festival sardo dedicato al jazz.

L’anno in cui son venuto io c’era troppa gente, tanto che in questa stradina non ci si poteva passare, sostiene il mio Cicerone.

Ti ricordi le imbriaghere con Tizio? e le risate con Caio?

L’ingresso di questo bar sino allo scorso anno era dove ora ci sono queste due serrande abbassate.

Paolo Putzu, empanadas e vermentino.

Io che non ci sono mai stata mi sento un pò out, ma ho la scusa di aver trascorso due estati al freddo, in Argentina, e questo mi riporta nel rango dei viaggiatori di mondo. Posso star tranquilla.

Questo festival tutto berchiddese, che per un attimo mi fa desiderare il mare e un letto comodo, è stato come una sorta di iniziazione. Di iniziazione al jazz e al festival stesso. Mi ritrovo a vivere situazioni a me nuove, con persone carine e posti sconosciuti come piace a me. Chi mi accompagna sostiene che a quest’avvenimento, che anima il ferragosto sardo dal 1988, partecipi una varietà molteplice di individui. Si va dai  freakkettoni  con i pantaloni colorati ai viandanti spaesati provenienti dal continente,  dai punk con o senza bestia agli intellettuali chic, ai politici corrotti, agli scrittori veri o presunti tali, agli intenditori di musica seria con gli occhiali sul naso e le collane etniche. E io a quale categoria posso ascrivermi? A volte bisogna pur darsi un nome. Definirsi insomma! Nonostante i miei sforzi  rimango tuttora senza fissa collocazione anche adesso che cerco di concentrarmi sul tempo trascorso a Berchidda. Tralascio i giorni precedenti della vacanza tra una notte sotto le stelle e un tuffo rigenerante. Tra il romantico e il divertente.

Il festival quest’anno ha dedicato se stesso al tema del fuoco, l’ultimo dei quattro elementi euclidei. Ed effettivamente il clima pare aver dato retta a Fresu e il suo entourage, e per non far loro sfigurare, la temperatura è salita sino ai 40 gradi. Questo ha reso difficile il mio benessere fisico: la faccina stanca e le occhiaie in evidenza. L’abbronzatura però ben ambrata.

Entro a sentire il primo concerto. Mi offrono una spina. Una zero trenta fresca. Assaporo il primo sorso e rimango di stucco. Al mio palato risulta salata!!! Sto in silenzio a lungo. Non posso credere che sia proprio salmastra. Fisso immobile la scenografia che si trasforma. Tutto il pubblico ne rimane estasiato. Altro sorsetto di birra. Fastidiosamente salato. Le note di Paolo Angeli, Fresu, Antonello Salis e Drake risuonano alte sul palco sardo. Ancora un po’ di birra tra bocche che si cuciono e orecchie che si affinano. Resto ancora in silenzio per via della straordinarietà della bevanda. E il mio corpo stanco entra in un risparmio energetico.

Delle timide carezze indagano il mio stato d’animo.  A che pensi Gabry? A nulla! rispondo decisa. Sta di fatto che la birra continua ad essere salata. Mica posso dire che ho questo incredibile problema! Mi prenderebbero tutti per pazza! Non è neanche una Corona -sale -e- limone! Ma la butto giù lo stesso. La sete è bella forte. Trattengo anche il respiro e la birra continua a non aiutarmi nei miei sbalzi di umore.

Riesco però ad applaudire alla musica, alla sera d’estate in cui sono immersa e a me stessa.

Altro introverso sorso di birra. Accidenti! Mi viene da sudare in silenzio! Ma sto calma, magari è solo una fantasia del mio palato distorto. Non lo dico ad anima viva. Tanto … nessuno mi capirebbe. O magari finirebbero per darmene la colpa.

Finisce il primo concerto. Gli organizzatori, come formichine, accatastano le sedie rosse della platea per lasciare spazio a un pubblico di veterani del festival e matricole che vuole danzare al ritmo di un jazz coinvolgente.  La musica non delude le aspettative. Lasciata la tribuna mi faccio trascinare dalle note ritmate degli artisti di alto livello.  Si cimentano sul palco che risulta più bello e colorato. Butto via la birra e provo a non pensarci più.  Il percussionista è argentino e si lascia andare in una fantastica milonga che mi fa volare alto. Ricordi lontani e vicini. Attorno a me tutti ballano. Comincio a respirare.  Ballo a suon di jazz incantata dalle capacità di una cubana con le paillettes, una napoletana verace, trombe e batterie esperte. È una simbiosi generale.

I musicisti non si risparmiano e suonano a lungo tenendomi sveglia oltre le aspettative.

E riprendo ad ascoltare i racconti di chi il festival l’ha visto nascere, crescere e cambiare.

Salite insormontabili e nessuna bicicletta in questo paese fatto di Giogantinu e Belvedere tra bar affollati che tessono le lodi della zuppa gallurese. Sarà piena di formaggio! penso io che lo odio da sempre.

Alcune fotografie incastrate sui muri delle vie centrali ricordano che il festival è da anni il fulcro degli avvenimenti del paesino.

Sarebbe bello poterlo fare anche a Mogoro, sostiene Cicerone.

Ci vuole esperienza ed organizzazione, risponde il coro.

Qui c’è Fresu che trova i fondi e smuove le acque! intervengo io riscuotendo consensi da chi mi circonda. E i discorsi continuano.

Gli altri anni i campeggi erano pieni e la pineta, che ci ha regalato l’ombra sino alle 11 di stamattina, era solitamente zeppa di tende abusive. C’era chi si lavava in questa sorgente e chi giocava a fare gavettoni. Un tripudio di persone che trovavano un equilibrio in quest’occasione.

Questa è la casa dove alloggiavamo qualche anno fa. Quello è il market dove si faceva la fila per entrare.

E io? Che ne penso io di questo piatto che mi è stato condito con tutte le salse?

La magia c’era. L’ho sentita mentre ballavo quella milonga. Ho sorriso perché è strano che il tango non mi abbandoni nonostante io abbia allontanato lui. Ho pure visto una stella cadente anche se non l’ho detto a nessuno. L’energia si sentiva grazie alla musica buona e alla bella gente. È questione di soldi e di finanziamenti. Lo so bene. Ma per quanto si continueranno a regalare emozioni il festival avrà un senso e anche questa edizione entrerà nella memoria di chi l’ha vissuto. L’anno prossimo, se deciderò di tornare a Berchidda, avrò anche io un festival da raccontare a coloro che, vergini dell’avvenimento più figo dell’estate, vorranno avvicinarsi  da queste parti ed entrare nell’onda.  Racconterò ad esempio che in quest’edizione i fuochi d’artificio sarebbero calzati a pennello, ma non ci sono stati. Che la gioia degli altri è  stata contagiosa e che è stato bello risvegliarsi stamattina dopo la notte in musica. Che i bar erano pieni di gente spensierata, che ero contenta di non lavorare l’indomani e che la vita così è proprio bella. Tra  abbracci caldi e balli scatenati.

E dirò loro anche del sospiro di sollievo che avevo fatto quando a fine serata feci una piacevole scoperta: la birra non era più salata.

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