Margot e Marisa

Margot era scomparsa da qualche giorno. La signora Enza tutto avrebbe immaginato ma non certo che potesse scomparire nel nulla, assorbita nel vuoto.

La sua gattina bianca e nera le era stata regalata da una sua lontana parente sebbene inizialmente fosse un po’ dubbiosa circa il fatto di prendere o no un animale domestico. Se li si prende bisogna prestare loro le giuste attenzioni e i dovuti rispetti e non era certa di esserne pronta. Lei che era una vita che si occupava solo di sé stessa probabilmente non si sentiva all’altezza. Tuttavia Margot si era rivelata una buona compagnia: era spesso dedita al gioco, si divertiva a fare agguati mentre passava la scopa sui pavimenti e insisteva nel salire sul tavolo. Questo era un aspetto che lei  detestava, certo, e non riusciva a farle capire che sul tavolo proprio non doveva salirci. Eppure Margot le stava mancando! Per una volta si era sentita il punto di riferimento per qualcuno. Diverse volte al giorno apriva la finestra e la chiamava con la speranza che poco dopo spuntasse tra i tetti e rientrasse dalla finestrella che dava nella sua cucina a Mogoro, un paese della provincia di Oristano.  

Signora Enza era una donna sulla sessantina che non si era mai sposata e poche erano state le sue occasioni di avvicinarsi agli uomini. Ne aveva paura? O era il destino a non volergliene fare incontrare uno per cui valesse la pena lasciarsi andare?  

Una mattina di marzo stendeva al sole ora un asciugamano ora una tovaglia e guardava distrattamente, dall’alto del suo balcone, i passanti affaccendati in commissioni varie nella via Gramsci. Nessuno si accorgeva della sua presenza e lei, d’altra parte, occupata nel dispiegare i panni umidi e profumati, poco badava a loro. C’era un signore però, che si trovava nell’abitacolo di un’auto parcheggiata proprio sotto casa sua e teneva il finestrino abbassato. Pur non volendo ascoltare, signora Enza sentì ogni parola. ‘Oh Anto’ ciao! sono Giacomo! Sono in bidda tua: vicino al negozietto di alimentari, in via Gramsci, fermo in macchina. Sto aspettando che finisca mia moglie di farsi le unghie da Ilenia, l’estetista… Vieni che ci facciamo due chiacchiere!’ Dopo qualche minuto arrivò Antonio. Giacomo scese dalla  macchina e con mascherina e distanziamento fisico i due compari iniziarono le loro confidenze, ignari del fatto che qualcuno potesse sentirli. 

 Dal suo canto signora Enza pensava a Margot, persa, svanita, scomparsa. Forse era entrata a casa di qualcuno che l’aveva trattenuta?  O era rimasta chiusa in qualche garage? Erano già passati quattro giorni e di lei nessuna traccia. Era dispiaciuta.  

Giacomo, un signore sulla cinquantina non tanto bello, dopo i primi convenevoli con il compare, approfitto’ di quei minuti per raccontargli che qualche giorno fa conobbe in un bar di Mogoro una donna. La signora Enza si incuriosi’ e rallentò notevolmente il suo da farsi, attenta che nessuno dei due alzasse gli occhi al cielo e si accorgesse di lei. Non si poteva esattamente sostenere che fosse una donna pettegola, preferiva da sempre occuparsi degli affari suoi, tuttavia si impegnò ad ascoltare. 

‘Martedi scorso sono andato a fare colazione al Gitano, il bar di S’ecca e Matteddu qui a Mogoro. In genere sono libero dal lavoro dunque ne approfitto per portare Rudy, il mio cane da caccia, a fare due passi in campagna. C’ero solo io, il barista e una donna. Una certa Marisa. È strano che fosse lì. Non ho capito se fosse di rientro, se cioè avesse passato la notte fuori o se si fosse svegliata all’alba anche lei. Ad ogni modo .. parlavo con il barista, più o meno lo conosco ormai, gli dicevo che sarei andato nella zona del Nuraghe Cruccu tra Gonnostramatza e Mogoro, non lontano dal fiume, a fare due passi e lei, Marisa, si e’ intromessa nel discorso.’  

‘È molto bello lassù! C’è un piccolo sentiero nascosto che pochi conoscono, mi ci portava sempre mio babbo da bambina. Se lo percorri sino al nuraghe ti permette di vedere il paese per intero’. 

‘oh Anto’… La tipa accarezzava Rudy che scodinzolava accanto a me. E mi guardava in un modo particolare.’ 

Intanto la signora Enza, finito di stendere i panni da un pezzo, iniziò ad innaffiare i vasi di fiori che in realtà aveva accontentato anche il giorno prima. Le piante grasse comprate da Agostina iniziavano a darle delle soddisfazioni. E quei due continuavano. ‘Giacomo caro, mi dispiace, non ho informazioni da darti. Non conosco alcuna Marisa che possa avere l’abitudine di andare al bar a quell’ora.’ 

Giacomo non voleva che fosse troppo chiaro al compare, che conosceva bene la moglie e tutti i suoi parenti, che avesse in qualche momento desiderato tradirla. Voleva strappare qualche informazione, quello si, ma non sblicanciare il suo ruolo di marito. Tralascio’ dunque molti aspetti, a tratti cambiò argomento per poi riprendere a indagare. 

La verità era che questo discorrere con Marisa per pochi minuti lo aveva turbato. Aveva innescato in lui emozioni ancestrali e desideri assopiti. Questa donna occupò la sua mente nei giorni successivi a quell’incontro fortuito. Lo colpì tanto la sua disinvoltura: non erano che degli sconosciuti, eppure quegli occhi grandi e scuri, quella bella chioma di capelli lucenti e le labbra rossastre gli erano rimasti impressi e non smetteva di pensare a lei. Giacomo, uscito dal bar subito appresso a lei con la voglia di continuare a parlarci ne rimase però deluso. Lei infatti rientro’ dentro al bar di corsa a prendere qualcosa, abbandonandolo sull’uscio, come un baccalà. E lui dunque non si sentì di aspettare che uscisse. Non fu abbastanza sfacciato o non ebbe la sicurezza necessaria. Le avrebbe voluto chiedere di venire con lui e Rudy quella mattina. Probabilmente Marisa avrebbe accettato di buon grado. E poi si sa: da cosa nasce cosa.  

Giacomo aveva provato a sbirciare dalle vetrate mentre consumava l’ultimo tiro di sigaretta prima di andar via. ‘Goppai… questa ragazza poi rientro’ nel bar e indovina cosa si è messa in borsa? Una gattina.. bianca e nera.. troppo carina!’  

Avrebbe tanto voluto incontrarla ancora, e infatti Giacomo il martedì successivo sarebbe stato nuovamente al Gitano all’alba con la speranza di rivederla ancora.  

La signora Enza corse al bar.

flogabry marzo 2021

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Abbinare sempre le scarpe

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Ero già alle superiori.

Una mattina sono andata a scuola con una scarpa diversa dall’altra.

Potreste non crederci. Lo so. Ma avvenne sul serio. Mi resi conto solo quando stavo per scendere dal pullman che da Mogoro mi aveva portato ad Oristano, davanti all’ingresso delle Magistrali. Diventai paonazza. Io stessa non ci volevo credere. Entrai veloce in classe, non rimasi all’ingresso a chiacchierare a destra e manca come facevo sempre nè andai a farmi il solito giro sotto i palazzi Saia. Mi vergognavo da morire e speravo solo che nessuno dirigesse lo sguardo verso i miei piedi. Mi sembrava però che tutti se ne accorgessero.

Uno scarponcino di tela beige e una scarpa da ginnastica.

Le mie compagne ci tenevano molto più di me ad essere belle e passavano spesso davanti a specchietti e mascara. Una di loro mi abbellì le sopracciglia per la prima volta, al cambio dell’ora. Mi divertivo un mondo, anche se studiavo poco. Soprattutto in quarta facevo spesso vela con le mie amiche di Paulilatino e parlavamo sempre male della prof.ssa di matematica, che poi, guarda un pò, avrei ritrovato molti anni dopo ad accogliermi come vicepreside in occasione della mia prima supplenza al rientro dall’Argentina.

Sono sempre stata un pò distratta, ma quel giorno mi superai. Le mie compagne non fecero che ridere tutta la mattinata e alla fine mi divertii anche io a ridere di me. Anche la prof.ssa di filosofia alla vista delle scarpe rise divertita.

Un pò me ne compiacqui.

flogabry

gennaio 2021

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Angela l’australiana

A volte, se anche si vuol scrivere non sempre si hanno argomenti validi, dunque anziché  rinunciarci del tutto, ho pensato di riprendere a buttar giù piccoli episodi della mia vita.  

Ricordi, fatti accaduti, attimi. Solo per sfruttare l’aspetto terapico della scrittura e riallenare la penna.   

La maestra mi diede uno schiaffo molto forte e nessuno dei miei compagni di classe venne in mio soccorso. Un po’ per timore della maestra, un po’ perché, a ben pensarci, le colpe erano per lo più mie. Tutti zitti. Mi guardarono senza muovere un dito. Ci rimasi male. Non dissi nulla a mia mamma. Lo scopri’ solo ai colloqui. Non mi fece grosse prediche per la verità, ma si strani’, quello è sicuro. Avevo un buon profitto a scuola anche se non studiavo mai. Svolgevo sempre i compiti e mi piaceva abbastanza.  

Nella mia classe quell’anno era arrivata Angela. Era figlia di mogoresi che per tanti anni erano emigrati in Australia ed avevano deciso di rientrare in paese. Non sono certa di queste informazioni, questi sono però i miei ricordi.   

Penso che fossimo in terza elementare. Ero una bambina socievole e per compiacere la maestra cercavo di rendermi gentile e simpatica con Angela, che aveva terribilmente bisogno di inserirsi in classe. Le davo la mano all’uscita di scuola, quando ci facevano formare una fila per essere piu’ ordinati.   

Ci prendevamo spesso gioco di lei. Era grassa e ingenua, aveva difficoltà a scuola e una treccia di capelli lunghissimi la caratterizzava. Era buona e pacifica. Davamo il meglio di noi quando andavamo al Catechismo. Io non mi tiravo di certo indietro nel canzonarla. Anzi. Così mi venne un’idea che piacque a tutti i compagni. Ne ero compiaciuta. Le dissi che se si fosse sfregata le foglie di ortica sul volto sarebbe diventata bella come Miss Italia. E di ortica sui bordi delle strade vicino all’oratorio di Mogoro era pieno in quegli anni ’80. Angela acconsentì. Non ci volevo credere, ma non bloccai di certo i miei compagni che si prodigarono a procurare le foglie per lei.  Se le passò sul viso paffuto e rosato. E noi tutti a ridere. Fu questione di un minuto. Poi rientrammo, tra chiacchiere e risate, ognuno a casa propria. 

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L’indomani aveva un eritema su tutto il volto e io ne ero responsabile. Angela arrivò con la mamma a scuola: ancora me la ricordo salire i gradini del vecchio caseggiato scolastico. Le scale di marmo bianco, il soffitto alto e i termosifoni di ghisa. Gia’ quando mi vide all’ entrata proferì parole di rimprovero nei miei confronti. Angela doveva averle raccontato tutto ma non mi preoccupai più di tanto. Non mi aspettavo che l’accaduto potesse crearmi dei problemi.

Noi alunni entrammo in classe e la maestra rimase sulla porta a parlare animatamente con lei. Non credeva alla malvagità dei suoi alunni. 

Rientrò in classe. Fece l’appello e poi ci intervisto’. Chiese chi mai fosse il genio malvagio che tirò fuori questa idea dell’ortica. Mi presi le mie responsabilità. Alzai la mano. Venne decisa verso il mio banco e dopo il ciaffone trattenni le lacrime. Mi ferì molto il silenzio dei compagni. Io avevo avuto l’idea,è vero, ma qualcun altro si prodigò a tagliare le foglie e passargliele.  

Tempo dopo Angela ripartì con la sua famiglia. Non so dove. Non so se in quello stesso anno scolastico o meno. Non ho più avuto sue notizie. 

Non chiedetemi perché lo feci. 

Lo feci e basta.  

flogabry

Gennaio 2021

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Le lauree al tempo del Coronavirus

Lei in presenza a Torino. Laurea magistrale.

Noi a casa, tutti con la mascherina tenendo un minimo di distanza davanti allo schermo della tv. Guardiamo tutti là, ci devono accettare e partecipiamo tutti alla sua laurea. Gia’ sperimentato il giorno prima. Semplice. Ore 8,50. Mia sorella prepara un caffè. Un pezzo di torta. Manca poco, lo mangio dopo.

Ohi ohi.. ei motu Lolloi. Ridiamo e impariamo..di Lolloi… chei su babbu attottu a d’ai mottu. Ore 9,00. Ecco ora dovrebbero accettarci. Nulla. Mio cognato si agita. Qualcuno lo rassicura. Sicuramente non sono ancora arrivati tutti i membri della commissione. 9,05. Scopriamo che altri stanno riuscendo a vedere e sentire. È il delirio. Panico. Frettolosamente tutti scaricano la app sul cell. Ecco! io ci son riuscita. Ma non si sente un cacchio. Tutti gli occhi puntati su Corrado che fa da tecnico. Nessuno ci accetta e nn possiamo partecipare. Un pezzo di crostata. Chiamiamo Camilla! che intanto la sta riuscendo a vedere! Ecco. Finalmente vediamo qualcosina anche noi tramite un collegamento al suo cellulare. Vagamente intuiamo che il prof le fa una domanda. Giorgia gesticola e risponde sicura. Sentiamo molto poco. Poi niente. Finito. Tutti incazzati. Mio cognato furibondo. Un dolcetto alle mandorle. Distanze e mascherine. Presto! organizziamoci meglio per la proclamazione. Riusciamo a vedere e a sentire tutti gli altri. Sembra tutto risolto. Ma il video si blocca ancora proprio all’ora stabilita per il momento clou. Volano insulti. Rabbia. Qualcuno cita anche l’onnipotente. Ansia. Cellulari che si attivano per trovare soluzioni. Chiama Marco! No! Chiama Alessio! scrivigli su instagram!! Che è lì e ci può fare una videochiamata. Sentiamo anche lei: Giorgia. Ci rassicura. Tranquilli: siamo fuori. Stiamo ancora aspettando che si riunisca la commissione. Risponde cosi contenta che ci calmiamo un po tutti.

E finalmente riusciamo bene a sentire la tanto attesa proclamazione: frutto di sacrificio e passione per lo studio e l’architettura. Festaaaaaaa! Bravaaaaa! Evviva. Video-brindisi, congratulazioni, lacrimuccia. Commozione un po condivisa fra i pochi familiari riuniti. Un grande abbraccio a te Giorgia. Un grosso augurio. I tempi sono duri ma tu sei propria tosta.

flogabry

febbraio 2021

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Cavalli, ceppi e finestrelle

La finestrella che dalla casa di zio Elvenzio (oggi di Mario ed Alessia Floris) si apre proprio sulla piazza del Carmine a Mogoro, e guarda ai giardinetti, non ci sarebbe dovuta essere. Quale amministrazione comunale avrebbe autorizzato mai un’apertura proprio dove i ragazzini vanno a cercare un po’ di privacy o dove le signore in estate vanno a cercare un po’ di frescura? Viceversa, chiunque avrebbe potuto ficcare il naso tra le mura di casa Floris: le antiche cassapanche, i preziosi tappeti e i pavimenti di marmo lucido.

In effetti la vidi spalancata poche volte, probabilmente in occasione di qualche festa in onore della Madonna del Carmine, a luglio.   

Furono però i tedeschi a volerla aprire proprio lì, non i miei familiari. 

Durante la guerra i militari si stanziarono a Mogoro e chiesero in prestito per un lungo periodo, o meglio, si impossessarono di tutto il terreno dove poi sarebbe sorta la casa. Qui mio nonno teneva i buoi e altri animali, il fieno e attrezzatura varia da lavoro. I tedeschi videro bene di organizzare proprio lì una mensa, probabilmente perché la piazza era considerata un buon punto logistico e una finestrella sarebbe stata comoda per facilitare la distribuzione dei pasti o per far entrare e uscire merci varie. Finita la guerra piantarono baracche e burattini e se ne andarono restituendo tutto al proprietario. Mio nonno, appunto. Al quale fu concesso di tenere aperta la finestra . Ed ancora è lì, si intravede tra arbusti, fontane e viottoli.  

Tra i tanti oggetti mio nonno possedeva anche due grossi tronchi e anche di quelli si erano impossessati e si erano serviti i crucchi. Per fare che cosa non lo so precisamente. In tutti i casi furono loro a utilizzarli perché nonno, in effetti, poco aveva da farsene.  

Gli erano stati regalati.  

Fu il babbo di dott. Massidda (il medico condotto che tanti anni lavorò a Mogoro), che era di Morgongiori, a fargliene dono. Due bei cavalli infatti erano scappati dai suoi possedimenti del vicino monte Arci e finirono per arrivare sino a Mogoro. Fu mio nonno a prenderli e ad occuparsene qualche mese. Qualcuno gli consigliò di sporgere denuncia ai Carabinieri. Chiunque stesse cercando due bei cavalli si sarebbe potuto rivolgere a lui che li custodiva momentaneamente. Dopo tempo, il sig. Massidda, avvertito della possibilità che si trattasse proprio dei suoi animali venne a riprenderseli e per sdebitarsi chiese a mio nonno se avesse avuto bisogno di qualcosa. “Legna”, disse lui. “Lassù avete tanta legna, ce ne servirebbe un pò”. “Venga e carichi quello che gli serve”. Andò con il carretto dei buoi e ne prese a volontà. In più il sig Massidda insistette per prendere anche due grossi tronchi che con grande fatica riuscirono a trasportare in paese.

flogabry

febbraio 2021

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Stavo pensando a te

Stavo pensando che presto non sarò più solo io. Ci sarai anche tu, piccolo fagottino dal grande peso, tra una poppata ed una passeggiata. Così piccola. E’ da un po’ che ti immagino, essere fragile, che avrai bisogno delle mie cure. Dove la trovo la forza? nei tuoi piedini? nella boccuccia? nel tuo pianto notturno e disperato? shhhhh, non così forte! che si svegliano anche i vicini! Ninna nanna.

Stavo pensando a te in questi mesi, ti immagino tra le braccia forti di tuo padre. Alla sua esperienza, alla mia. Al suo animo puro che sarà anche il tuo. Al sonno che perderò e agli aperitivi mancati. Che paura, che responsabilità. Non potrò mica dirti sempre di sì! E’ necessario che tu cresca forte.

Arrivi tu, piccolina, ed io divento grande. Stavo pensando alla tenerezza che porterai e ai panni da cambiare, a quelli da lavare, stendere e piegare. Santa pazienza! Al latte materno che ti nutrirà. Stavo pensando alla gioia dei nonni e dei parenti tutti, quanta energia che elargirai, senza neanche saperlo! piccolo esserino che ti muovi dentro il mio ventre, inconsapevole e innocente. Ti sento sempre più vicina. Chissà, magari stanotte ci vedremo. T’immagini?

Ecco, stavo pensando a te.

flogabry

24 marzo 2018

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Piedi nudi sul pavimento pulito

 

Piedi nudi sul pavimento pulito

uno sbadiglio e i capelli scompigliati  

latte tiepido e qualche biscotto. 

Via 

in sella ad una bici. 

Hai preso tu l'ombrellone? il sole

brucia, l'acqua tiepida 

avvolge. Dai tuffati!

Le ferite risanano. 

Di risate, pesce arrosto in veranda e vermentino fresco

di pomeriggi e una mosca che disturba il tuo sonno

di bibite rosse e frutta fresca.

Di mare agitato e brezza fresca, di cieli arancioni e 
lingue straniere
di persone stravaganti.
Di scrivere, fotografare e camminate 
interminabili
di birra e musica. 

Viaggi da visitare. 
Di cicale e una doccia
che tolga la salsedine di una giornata d'estate.

La notte buia
a veder le stelle.

flogabry 24 marzo 2018

 

 

 

 

 

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All’ufficio postale di Cabras

 

Mi infilo nell’unico posto libero dell’ufficio postale di Cabras ad aspettare che sia il mio turno. Mi ritrovo tra un signore ottantenne e una signora poco più giovane. Si aspetta e ci si lamenta, come sempre si fa quando la fila procede lentamente. Il signore è in vena di chiacchiere tra il serio e il faceto. Io e la signora ascoltiamo incuriosite, al diavolo i messaggini che arrivano sul mio cellulare o le notifiche su Facebook. Lui è molto più interessante.

Sta pensando di non comprare più il prezzemolo! … che a 50 centesimi non gli sembra proprio il caso e che quasi quasi si arrangia a usare l’ortica che cresce nel suo cortile, bella, alta e rigogliosa. C’è chi ci fa anche il risotto .. aggiungo io! e la signora lo incoraggia a provare, ridacchiando sotto i baffi…

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E comunque la nipote dell’anziano signore, che d’estate ha dovuto vivere da lui, con l’esagerazione di una doccia alla mattina e una alla sera lo ha portato sul lastrico.. mentre invece, vivendo da solo, gli arrivano bollette da 7 euro, che sono decisamente più gestibili, di quando d’estate lo scaldabagno veniva maledettamente svuotato due volte al giorno. Aveva provato a lamentarsi, ma lei niente.. usava la doccia del cortile. Imperterrita. La mattina e la sera! perché le piaceva essere sempre pulita.

E comunque, quando la moglie è morta, tre anni fa, gli ha lasciato qualche banconota nascosta dentro il caminetto… si, doveva nasconderle perché altrimenti la figlia si sarebbe intascate pure quelle.

Che poi il nipote, quando ha compiuto 18 anni ha fatto una festa con 500 invitati, da bere e da mangiare per tutti a volontà e c’erano anche i fuochi d’artificio, roba da matti.. !! e a lui solo due biscottini il giorno dopo, a festa finita.

Accidenti si sta facendo tardi, solo tre sportelli aperti! E’ già ora di pranzo e il signore inizia a scocciarsi. Deve assolutamente darsi da fare a mangiare quella cassettina di arance e mandarini, che altrimenti nel giro di qualche giorno si guasta.

Quasi quasi, anziché mangiare tre volte al giorno, alle 11, alle 15 e alle 19… sarebbe stato meglio mangiare solo due volte al giorno. In realtà il problema è che gli piace troppo il pane e ne deve comprare tutti i giorni!

Che poi la figlia lo invita a mangiare alle 14, ma quando mai!! è quasi ora di cena!!
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Tocca a lui.
Non è a vederselo così… commenta la signora al mio fianco.. tutto sporco che sembra un poveraccio, lui ne ha di bei soldi… non spende nulla, mangia quel che la terra gli offre e non si concede nulla. Non si laverà, ma soldi alla posta ne ha senz’altro!

La figlia sua la conosce? Maddalena…

No veramente no.

Ma lei figlia di chi è?

E come mai vive qui?

Primo figlio?
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Tocca alla signora.

 

flogabry

marzo 2018

 

 

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Un Chinotto e arrivederci

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Tutti un pò emozionati questo pomeriggio, per la festa di fine anno scolastico in carcere, a tirare in alto i bicchieri di Chinotto attorno ad una tavola imbandita.
Cheesecake alla fragola, al pistacchio e al cioccolato.
Il caldo dell’aula-cella si può tollerare solo grazie a delle timide ondate di vento fresco, per cui oggi la porta rimane aperta in via del tutto eccezionale.
La mia preziosa collega ci dà retta, comincia un discorso che ci emoziona e non tradisce le nostre aspettative. Poi parla anche Angelo convinto dai compagni. E’ completamente sudato per via del caldo estenuante e una camicia che lo stringe sino al penultimo bottone. A me provoca un pò di tenerezza.

Alla salute! e il Chinotto irrora la nostra gola asciutta.

Sorrisi e benevolenza.
Si sente davvero aria di festa. Per un attimo, loro, si convincono di essere liberi. Risate e formagelle con il miele.
Son passati diversi mesi. Ogni martedì pomeriggio con la mia preziosa collega a far lezione, lei di Italiano e io di Storia. Racconti di Verga e un accenno alla Preistoria.
A volte mi son ritrovata a pensare che sarebbe stato più facile rimanere a dormicchiare sul divano di martedì pomeriggio, un po’ di internet e caffè bollente.
Sarebbe stato più facile non dovermi porre certe domande, non conoscere certe realtà.
Mi è corso un brivido lungo la schiena quando un giorno Raffaele, tra una riga e l’altra, ha sostenuto di essere dentro già da trent’anni. Ho provato a non far trasparire i miei sentimenti, ma poi, fuori di lì, mentre facevo la spesa ci ho pensato tanto.
Niente sabbia sui piedi in estate, alcuna possibilità di sentire la frescura di un bosco, ma neanche scegliersi qualcosa da cucinare per cena in un supermercato, calamari o pollo?
o che so … il piacere negato di guidare la propria aiuto. Per non parlare degli abbracci mancati.
Le sbarre verdi, gli androni immensi, le telecamere e il solito superamento dei controlli con la mia preziosa collega.
Fabula e intreccio in un racconto di Pirandello e le differenze tra Sparta e Atene.

L’aria è elettrica questo pomeriggio. Qualcuno non beveva Chinotto da tantissimo tempo e qualcun altro non aveva mai più mangiato tramezzini! Sono fiera di me e dei miei colleghi. Si chiacchiera soprattutto dei figli e delle mogli che stanno a casa.
Ci chiedono se verremo ancora a far lezione.
Credo di sì!
Le raccomandazioni di tutti mi dicevano di stare attenta, che avrebbero potuto aggredirmi, farmi del male, minacciarmi. Certo non nego che all’inizio un pò di paura ce l’avessi, ma la curiosità era più forte. Mi sono allenata a non giudicare mai nessuno là dentro. Qualcuno prima di me li ha già giudicati. Colpevoli.

Ero lì per parlare della civiltà egizia e della fantastica scoperta della tomba di Tuthankamon. Mi interessava che ascoltassero e studiassero, consapevole di essere ossigeno per loro.
Silvano rimane defilato, non attacca bottone con nessuno, assaggia un pasticcino e versa dell’altro Chinotto, ma è impaziente di andar via. Le feste non sono sempre divertenti, non per tutti, si sa. L’ergastolo non è uno scherzo, forse non c’è nulla per cui brindare.
Ma come dice la mia preziosa collega, la vita è prepotente. Si continua a respirare anche se ti muore un figlio. Il cuore batte lo stesso, ti viene fame, hai sete, hai sonno, ridi, a volte canti e lavori e ti sistemi i capelli se il vento te li scompiglia. E vivi. Sistemi casa, la tingi di un nuovo colore e porti il divano in balcone per vedere le stelle nelle notti d’estate.
La vita è prepotente. Scorre. Giorno dopo giorno e Natale dopo Natale. Qualsiasi cosa accada.
L’ergastolo non è uno scherzo. Soprattutto se il dolore è sempre lì nel tuo ventre a ricordarti che sei maledettamente vivo. Poi la rassegnazione, come una iniezione di morfina, tranquillizza le tue giornate. Ti adatti, segui la tua quotidianità e sei felice anche di dover studiare la geografia dell’Europa, le catene montuose e il clima.

Prof ma quanti anni ha?
Indovinate!

I nomi citati sono frutto di fantasia

flogabry

giugno 2017

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minHistory: vigilia di un compleanno

Ho perso gli occhiali da vista. Li ho cercati dovunque. Sotto il sedile dell’auto, dentro il cassetto della cattedra, in bagno e in camera da letto. Niente. Scomparsi.
Il PC funziona male. Oggi non si è neanche acceso per un attimo. Eppure ho sostituito un pezzo qualche mese fa. Nulla, non riesco a salvarlo proprio ora che mi serve come l’aria.
Sto dormendo un pò male perchè soffro di sinusite.
Ecco, sono giorni difficili.
Per non parlare del fatto che domani sarà il 26 ottobre 2016.
Mi sento cosi’ impreparata…

25 ott 2016

flogabry

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