Abbinare sempre le scarpe

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Ero già alle superiori.

Una mattina sono andata a scuola con una scarpa diversa dall’altra.

Potreste non crederci. Lo so. Ma avvenne sul serio. Mi resi conto solo quando stavo per scendere dal pullman che da Mogoro mi aveva portato ad Oristano, davanti all’ingresso delle Magistrali. Diventai paonazza. Io stessa non ci volevo credere. Entrai veloce in classe, non rimasi all’ingresso a chiacchierare a destra e manca come facevo sempre nè andai a farmi il solito giro sotto i palazzi Saia. Mi vergognavo da morire e speravo solo che nessuno dirigesse lo sguardo verso i miei piedi. Mi sembrava però che tutti se ne accorgessero.

Uno scarponcino di tela beige e una scarpa da ginnastica.

Le mie compagne ci tenevano molto più di me ad essere belle e passavano spesso davanti a specchietti e mascara. Una di loro mi abbellì le sopracciglia per la prima volta, al cambio dell’ora. Mi divertivo un mondo, anche se studiavo poco. Soprattutto in quarta facevo spesso vela con le mie amiche di Paulilatino e parlavamo sempre male della prof.ssa di matematica, che poi, guarda un pò, avrei ritrovato molti anni dopo ad accogliermi come vicepreside in occasione della mia prima supplenza al rientro dall’Argentina.

Sono sempre stata un pò distratta, ma quel giorno mi superai. Le mie compagne non fecero che ridere tutta la mattinata e alla fine mi divertii anche io a ridere di me. Anche la prof.ssa di filosofia alla vista delle scarpe rise divertita.

Un pò me ne compiacqui.

flogabry

gennaio 2021

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Angela l’australiana

A volte, se anche si vuol scrivere non sempre si hanno argomenti validi, dunque anziché  rinunciarci del tutto, ho pensato di riprendere a buttar giù piccoli episodi della mia vita.  

Ricordi, fatti accaduti, attimi. Solo per sfruttare l’aspetto terapico della scrittura e riallenare la penna.   

La maestra mi diede uno schiaffo molto forte e nessuno dei miei compagni di classe venne in mio soccorso. Un po’ per timore della maestra, un po’ perché, a ben pensarci, le colpe erano per lo più mie. Tutti zitti. Mi guardarono senza muovere un dito. Ci rimasi male. Non dissi nulla a mia mamma. Lo scopri’ solo ai colloqui. Non mi fece grosse prediche per la verità, ma si strani’, quello è sicuro. Avevo un buon profitto a scuola anche se non studiavo mai. Svolgevo sempre i compiti e mi piaceva abbastanza.  

Nella mia classe quell’anno era arrivata Angela. Era figlia di mogoresi che per tanti anni erano emigrati in Australia ed avevano deciso di rientrare in paese. Non sono certa di queste informazioni, questi sono però i miei ricordi.   

Penso che fossimo in terza elementare. Ero una bambina socievole e per compiacere la maestra cercavo di rendermi gentile e simpatica con Angela, che aveva terribilmente bisogno di inserirsi in classe. Le davo la mano all’uscita di scuola, quando ci facevano formare una fila per essere piu’ ordinati.   

Ci prendevamo spesso gioco di lei. Era grassa e ingenua, aveva difficoltà a scuola e una treccia di capelli lunghissimi la caratterizzava. Era buona e pacifica. Davamo il meglio di noi quando andavamo al Catechismo. Io non mi tiravo di certo indietro nel canzonarla. Anzi. Così mi venne un’idea che piacque a tutti i compagni. Ne ero compiaciuta. Le dissi che se si fosse sfregata le foglie di ortica sul volto sarebbe diventata bella come Miss Italia. E di ortica sui bordi delle strade vicino all’oratorio di Mogoro era pieno in quegli anni ’80. Angela acconsentì. Non ci volevo credere, ma non bloccai di certo i miei compagni che si prodigarono a procurare le foglie per lei.  Se le passò sul viso paffuto e rosato. E noi tutti a ridere. Fu questione di un minuto. Poi rientrammo, tra chiacchiere e risate, ognuno a casa propria. 

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L’indomani aveva un eritema su tutto il volto e io ne ero responsabile. Angela arrivò con la mamma a scuola: ancora me la ricordo salire i gradini del vecchio caseggiato scolastico. Le scale di marmo bianco, il soffitto alto e i termosifoni di ghisa. Gia’ quando mi vide all’ entrata proferì parole di rimprovero nei miei confronti. Angela doveva averle raccontato tutto ma non mi preoccupai più di tanto. Non mi aspettavo che l’accaduto potesse crearmi dei problemi.

Noi alunni entrammo in classe e la maestra rimase sulla porta a parlare animatamente con lei. Non credeva alla malvagità dei suoi alunni. 

Rientrò in classe. Fece l’appello e poi ci intervisto’. Chiese chi mai fosse il genio malvagio che tirò fuori questa idea dell’ortica. Mi presi le mie responsabilità. Alzai la mano. Venne decisa verso il mio banco e dopo il ciaffone trattenni le lacrime. Mi ferì molto il silenzio dei compagni. Io avevo avuto l’idea,è vero, ma qualcun altro si prodigò a tagliare le foglie e passargliele.  

Tempo dopo Angela ripartì con la sua famiglia. Non so dove. Non so se in quello stesso anno scolastico o meno. Non ho più avuto sue notizie. 

Non chiedetemi perché lo feci. 

Lo feci e basta.  

flogabry

Gennaio 2021

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Stavo pensando a te

Stavo pensando che presto non sarò più solo io. Ci sarai anche tu, piccolo fagottino dal grande peso, tra una poppata ed una passeggiata. Così piccola. E’ da un po’ che ti immagino, essere fragile, che avrai bisogno delle mie cure. Dove la trovo la forza? nei tuoi piedini? nella boccuccia? nel tuo pianto notturno e disperato? shhhhh, non così forte! che si svegliano anche i vicini! Ninna nanna.

Stavo pensando a te in questi mesi, ti immagino tra le braccia forti di tuo padre. Alla sua esperienza, alla mia. Al suo animo puro che sarà anche il tuo. Al sonno che perderò e agli aperitivi mancati. Che paura, che responsabilità. Non potrò mica dirti sempre di sì! E’ necessario che tu cresca forte.

Arrivi tu, piccolina, ed io divento grande. Stavo pensando alla tenerezza che porterai e ai panni da cambiare, a quelli da lavare, stendere e piegare. Santa pazienza! Al latte materno che ti nutrirà. Stavo pensando alla gioia dei nonni e dei parenti tutti, quanta energia che elargirai, senza neanche saperlo! piccolo esserino che ti muovi dentro il mio ventre, inconsapevole e innocente. Ti sento sempre più vicina. Chissà, magari stanotte ci vedremo. T’immagini?

Ecco, stavo pensando a te.

flogabry

24 marzo 2018

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Piedi nudi sul pavimento pulito

 

Piedi nudi sul pavimento pulito

uno sbadiglio e i capelli scompigliati  

latte tiepido e qualche biscotto. 

Via 

in sella ad una bici. 

Hai preso tu l'ombrellone? il sole

brucia, l'acqua tiepida 

avvolge. Dai tuffati!

Le ferite risanano. 

Di risate, pesce arrosto in veranda e vermentino fresco

di pomeriggi e una mosca che disturba il tuo sonno

di bibite rosse e frutta fresca.

Di mare agitato e brezza fresca, di cieli arancioni e 
lingue straniere
di persone stravaganti.
Di scrivere, fotografare e camminate 
interminabili
di birra e musica. 

Viaggi da visitare. 
Di cicale e una doccia
che tolga la salsedine di una giornata d'estate.

La notte buia
a veder le stelle.

flogabry 24 marzo 2018

 

 

 

 

 

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All’ufficio postale di Cabras

 

Mi infilo nell’unico posto libero dell’ufficio postale di Cabras ad aspettare che sia il mio turno. Mi ritrovo tra un signore ottantenne e una signora poco più giovane. Si aspetta e ci si lamenta, come sempre si fa quando la fila procede lentamente. Il signore è in vena di chiacchiere tra il serio e il faceto. Io e la signora ascoltiamo incuriosite, al diavolo i messaggini che arrivano sul mio cellulare o le notifiche su Facebook. Lui è molto più interessante.

Sta pensando di non comprare più il prezzemolo! … che a 50 centesimi non gli sembra proprio il caso e che quasi quasi si arrangia a usare l’ortica che cresce nel suo cortile, bella, alta e rigogliosa. C’è chi ci fa anche il risotto .. aggiungo io! e la signora lo incoraggia a provare, ridacchiando sotto i baffi…

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E comunque la nipote dell’anziano signore, che d’estate ha dovuto vivere da lui, con l’esagerazione di una doccia alla mattina e una alla sera lo ha portato sul lastrico.. mentre invece, vivendo da solo, gli arrivano bollette da 7 euro, che sono decisamente più gestibili, di quando d’estate lo scaldabagno veniva maledettamente svuotato due volte al giorno. Aveva provato a lamentarsi, ma lei niente.. usava la doccia del cortile. Imperterrita. La mattina e la sera! perché le piaceva essere sempre pulita.

E comunque, quando la moglie è morta, tre anni fa, gli ha lasciato qualche banconota nascosta dentro il caminetto… si, doveva nasconderle perché altrimenti la figlia si sarebbe intascate pure quelle.

Che poi il nipote, quando ha compiuto 18 anni ha fatto una festa con 500 invitati, da bere e da mangiare per tutti a volontà e c’erano anche i fuochi d’artificio, roba da matti.. !! e a lui solo due biscottini il giorno dopo, a festa finita.

Accidenti si sta facendo tardi, solo tre sportelli aperti! E’ già ora di pranzo e il signore inizia a scocciarsi. Deve assolutamente darsi da fare a mangiare quella cassettina di arance e mandarini, che altrimenti nel giro di qualche giorno si guasta.

Quasi quasi, anziché mangiare tre volte al giorno, alle 11, alle 15 e alle 19… sarebbe stato meglio mangiare solo due volte al giorno. In realtà il problema è che gli piace troppo il pane e ne deve comprare tutti i giorni!

Che poi la figlia lo invita a mangiare alle 14, ma quando mai!! è quasi ora di cena!!
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Tocca a lui.
Non è a vederselo così… commenta la signora al mio fianco.. tutto sporco che sembra un poveraccio, lui ne ha di bei soldi… non spende nulla, mangia quel che la terra gli offre e non si concede nulla. Non si laverà, ma soldi alla posta ne ha senz’altro!

La figlia sua la conosce? Maddalena…

No veramente no.

Ma lei figlia di chi è?

E come mai vive qui?

Primo figlio?
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Tocca alla signora.

 

flogabry

marzo 2018

 

 

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Un Chinotto e arrivederci

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Tutti un pò emozionati questo pomeriggio, per la festa di fine anno scolastico in carcere, a tirare in alto i bicchieri di Chinotto attorno ad una tavola imbandita.
Cheesecake alla fragola, al pistacchio e al cioccolato.
Il caldo dell’aula-cella si può tollerare solo grazie a delle timide ondate di vento fresco, per cui oggi la porta rimane aperta in via del tutto eccezionale.
La mia preziosa collega ci dà retta, comincia un discorso che ci emoziona e non tradisce le nostre aspettative. Poi parla anche Angelo convinto dai compagni. E’ completamente sudato per via del caldo estenuante e una camicia che lo stringe sino al penultimo bottone. A me provoca un pò di tenerezza.

Alla salute! e il Chinotto irrora la nostra gola asciutta.

Sorrisi e benevolenza.
Si sente davvero aria di festa. Per un attimo, loro, si convincono di essere liberi. Risate e formagelle con il miele.
Son passati diversi mesi. Ogni martedì pomeriggio con la mia preziosa collega a far lezione, lei di Italiano e io di Storia. Racconti di Verga e un accenno alla Preistoria.
A volte mi son ritrovata a pensare che sarebbe stato più facile rimanere a dormicchiare sul divano di martedì pomeriggio, un po’ di internet e caffè bollente.
Sarebbe stato più facile non dovermi porre certe domande, non conoscere certe realtà.
Mi è corso un brivido lungo la schiena quando un giorno Raffaele, tra una riga e l’altra, ha sostenuto di essere dentro già da trent’anni. Ho provato a non far trasparire i miei sentimenti, ma poi, fuori di lì, mentre facevo la spesa ci ho pensato tanto.
Niente sabbia sui piedi in estate, alcuna possibilità di sentire la frescura di un bosco, ma neanche scegliersi qualcosa da cucinare per cena in un supermercato, calamari o pollo?
o che so … il piacere negato di guidare la propria aiuto. Per non parlare degli abbracci mancati.
Le sbarre verdi, gli androni immensi, le telecamere e il solito superamento dei controlli con la mia preziosa collega.
Fabula e intreccio in un racconto di Pirandello e le differenze tra Sparta e Atene.

L’aria è elettrica questo pomeriggio. Qualcuno non beveva Chinotto da tantissimo tempo e qualcun altro non aveva mai più mangiato tramezzini! Sono fiera di me e dei miei colleghi. Si chiacchiera soprattutto dei figli e delle mogli che stanno a casa.
Ci chiedono se verremo ancora a far lezione.
Credo di sì!
Le raccomandazioni di tutti mi dicevano di stare attenta, che avrebbero potuto aggredirmi, farmi del male, minacciarmi. Certo non nego che all’inizio un pò di paura ce l’avessi, ma la curiosità era più forte. Mi sono allenata a non giudicare mai nessuno là dentro. Qualcuno prima di me li ha già giudicati. Colpevoli.

Ero lì per parlare della civiltà egizia e della fantastica scoperta della tomba di Tuthankamon. Mi interessava che ascoltassero e studiassero, consapevole di essere ossigeno per loro.
Silvano rimane defilato, non attacca bottone con nessuno, assaggia un pasticcino e versa dell’altro Chinotto, ma è impaziente di andar via. Le feste non sono sempre divertenti, non per tutti, si sa. L’ergastolo non è uno scherzo, forse non c’è nulla per cui brindare.
Ma come dice la mia preziosa collega, la vita è prepotente. Si continua a respirare anche se ti muore un figlio. Il cuore batte lo stesso, ti viene fame, hai sete, hai sonno, ridi, a volte canti e lavori e ti sistemi i capelli se il vento te li scompiglia. E vivi. Sistemi casa, la tingi di un nuovo colore e porti il divano in balcone per vedere le stelle nelle notti d’estate.
La vita è prepotente. Scorre. Giorno dopo giorno e Natale dopo Natale. Qualsiasi cosa accada.
L’ergastolo non è uno scherzo. Soprattutto se il dolore è sempre lì nel tuo ventre a ricordarti che sei maledettamente vivo. Poi la rassegnazione, come una iniezione di morfina, tranquillizza le tue giornate. Ti adatti, segui la tua quotidianità e sei felice anche di dover studiare la geografia dell’Europa, le catene montuose e il clima.

Prof ma quanti anni ha?
Indovinate!

I nomi citati sono frutto di fantasia

flogabry

giugno 2017

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minHistory: vigilia di un compleanno

Ho perso gli occhiali da vista. Li ho cercati dovunque. Sotto il sedile dell’auto, dentro il cassetto della cattedra, in bagno e in camera da letto. Niente. Scomparsi.
Il PC funziona male. Oggi non si è neanche acceso per un attimo. Eppure ho sostituito un pezzo qualche mese fa. Nulla, non riesco a salvarlo proprio ora che mi serve come l’aria.
Sto dormendo un pò male perchè soffro di sinusite.
Ecco, sono giorni difficili.
Per non parlare del fatto che domani sarà il 26 ottobre 2016.
Mi sento cosi’ impreparata…

25 ott 2016

flogabry

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La lucertola

 

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C’era una lucertola nel bidone della spazzatura. È rimasta lì svariate settimane. Ogni volta che aprivo il coperchio era lì che mi guardava. La prima volta che l’ho vista ho fatto un salto! Grigio-verde, occhi accesi, mi osservava per niente impaurita. Bleh!

Ogni notte prima di aprire il bidone ci stavo ben attenta. Era sempre lì, non me ne sono mai scordata in tutto questo tempo, e ci andavo molto cauta mentre poggiavo il sacchetto dell’immondizia. Poteva essere anche una sciocchezza. Pensavo spesso però che avrebbe potuto saltarmi addosso a seconda di come avessi gettato la spazzatura. Sarà che ci andavo sempre di notte a fargli visita… per forza di cose… e si sa, il buio accende le paure, i pensieri maledetti, i timori ancestrali. Avrebbe potuto attraversarmi le braccia e arrivare sino al volto, sino ai capelli e magari, nonostante i miei tentativi di cacciarla via, sarebbe potuta rimanere lì, attaccata ad un arto o al collo. Dunque con questa idea richiudevo velocemente quel coperchio maledetto e tornavo dentro casa in tutta fretta. Neanche i netturbini che passavano a ritirare la spazzatura erano riusciti a farla uscire. Forse non ci avevano provato o magari, chissà, non se n’erano mai accorti! Come riuscisse a sopravvivere non lo so, non c’era luce là dentro, mentre sapevo bene che le lucertole amano il sole. In compenso qualche moscerino sì che c’era! Dunque il cibo non le mancava.

Ieri mattina, mentre riportavo al suo posto la pattumiera che gli operatori avevano svuotato, ho dato una sbirciata: non c’era più.

È uscita.

È andata via.

flogabry

sett/ott 2016

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Il bullismo di una volta

Qualche giorno fa mi son trovata immersa nell’acqua cristallina di Torre dei Corsari assieme a mia mamma e mio babbo. Eravamo tra le rocce, il piacevole fluire delle onde tenui, il sole caldo, il venticello fresco, i granchietti e la gioia incontenibile di essere finalmente in ammollo. In lontananza gli ombrelloni dello spiaggione e qualcuno che pescava. Lui era in vena di chiacchiere. Io lo stavo ad ascoltare senza pensieri.

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Mio padre aveva su per giù dieci anni quando gli diedero l’incarico di trasportare il latte di pecora appena munto, dalla zona de “Su Tiru a Segnu” dove si pascolava il gregge, sino al piccolo caseificio che raccoglieva il latte degli allevatori del paese, vicino alla casa che oggi è di Mario Floris. L’asino che trainava il carretto sapeva meglio di lui dove passare. Allegro e spensierato mio babbo, ancora bambino, svolgeva questo compito passando nelle vie polverose di Mogoro che di asfalto ancora non ne avevano visto.

Era capitato una prima volta: dei bambini di qualche anno più grande di  lui, avevano fermato l’asinello. Lui non sapeva bene cosa volessero, impaurito, cercava dapprima di dimostrarsi coraggioso e forte. I ragazzini, più che a mio padre, erano interessati al latte appena munto. Erano gli anni ’40 e il cibo scarseggiava davvero, non sempre bastava a soddisfare l’appetito di tutti i componenti delle numerose famiglie dell’epoca. I bambini andavano vestiti con dei pantaloncini sconci, qualcuno aveva una bretella, ma nessuno aveva le scarpe. Quando non stavano imparando un mestiere da un artigiano o guadagnandosi un pezzo di pane nei campi, qualcuno si riversava per le strade a compiere monellerie. Mio babbo si sentiva impotente quando  i suoi rivali, muniti di una lunga canna che usavano a mo’ di cannuccia, aprivano la damigiana, chiusa da un tappo di sughero e una pezza di cotone bianco, e tiravano su il latte. Iniziava a piangere, minacciando che l’avrebbe detto al padre e che gliel’ avrebbe fatta pagare sicuramente! (“du nau a babbu, du nau a babbu, ge si du faidi bì cussu”!). Bevevano a turno i ladruncoli, fino a che la loro pancia smetteva di brontolare. Poi lo lasciavano in pace e facevano ripartire l’asinello. Tra le lacrime e l’indignazione mio padre rientrava a casa scocciato per l’umiliazione subita, per il fastidio che aveva provato a sentire le risa dei bambini più grandi lui, per non essere riuscito a proteggere il latte e soprattutto per la preoccupazione di poter essere sgridato anche in casa quando l’avesse raccontato al padre. Confidò subito l’accaduto. L’avevano attaccato in tre o quattro, confidò nomi e cognomi dei bulli affamati che tanto avevano osato, (“su fill’ a su talli, parenti da cussu e parenti da s’attru”) con la speranza che presto sarebbero stati severamente ripresi. Il padre chiese solo quanto latte era venuto a mancare in caseificio. Ne mancava all’appello poco più di un litro, singhiozzava mio babbo. Mio nonno si fece una risata e lo tranquillizzò, gli disse di lasciar fare qualora fosse ricapitato perchè certamente quei ragazzi dovevano aver fame!

Ricapitò ancora, ma mio padre, ubbidiente, smise di piangere. Aspettava con rassegnazione che si nutrissero e facessero ripartire l’amabile asinello.

flogabry

luglio 2016

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Mai raccogliere quel grano in quel di Cabras

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Trasferita da più di un anno a Cabras, paese ridente della penisola del Sinis, dello stagno che ospita i fenicotteri anche d’inverno (e mi rendono tanto felice), dei pescatori più abili, della bottarga migliore, della corsa degli Scalzi, delle incantevoli spiagge dell’ oristanese.

Entusiasta della mia indipendenza, del sentirmi donna libera, del mio rifugio anche se fuori piove, cerco di essere cordiale con i vicini di casa. Contraccambio volentieri sorrisi e chiacchiere senza però occuparmi degli affari altrui in modo che nessuno si senta in diritto di occuparsi dei fatti miei. Ad essere cortesi comunque non si sbaglia mai.

Una mattina di qualche mese fa  esco di corsa per andare a lavoro e vedo l’andito imbandito a festa:  fiocchi e ghirlande adornano gli spazi in comune del piccolo condominio. Intuisco che si tratti di una ricorrenza o di un’occasione per festeggiare, ma non ho modo di informarmi a quell’ora fredda del mattino. Non incontro nessuno che mi possa spiegare, pare che i vicini dormano ancora, e filo via.

Rientro dal lavoro intorno alle due del pomeriggio. I cocci dei piatti di ceramica, rotti in occasione de s’anazza, sono esattamente a ridosso del portoncino d’ingresso. Granaglie varie invocano fertilità e prosperità, nessuna caramella, nessun soldino. Si è trattato certamente di un matrimonio. La dirimpettaia conferma: la figlia della mia vicina di casa si è sposata. Diciannove anni più o meno, bella come il sole con i capelli lunghi e ricci, un sorriso docile in un corpo gracile. Sono contenta. Mi piacciono i matrimoni degli altri e le feste in generale.

Diverse volte a settimana ogni condomino ha l’onere di dare una lavata all’andito e alle scale.  Quel giorno è il mio turno di pulizia. Penso bene di far cosa gradita spazzando e raccogliendo cocci e rimasugli di grano dall’uscio. Mando un messaggino augurando tanta felicità agli sposi novelli e poi dormicchio abbondantemente sul divano, ignara del pa-ta-trac che sta per incombere.

L’indomani bussa alla mia porta la vicina, nonché la mamma della sposa. Porgo personalmente  i miei migliori auguri con un bel sorriso, ma i suoi toni sono altri. Mi rimprovera abbondantemente dopo aver indagato sul colpevole, su chi, cioè, si fosse permesso di raccogliere i resti de s‘anazza prima che passasse un’intera settimana, come la migliore tradizione impone nel paese di Cabras. Solo il vento può portare via tali resti!! Sono costernata. Non so esattamente come fare a chiedere scusa, spiego che nel mio paese non siamo soliti lasciare intatte le tracce de s’anazza per così tanti giorni, ma che delle abili donnine , armate di scopa e paletta, puliscono tutto quanto non appena gli sposi si allontanano. Mi rendo conto di essere poco convincente per essere scusata con facilità. Metto in chiaro che non era assolutamente mia intenzione provocare disagio e irritazione in nessuno. Spiego, con la coda fra le gambe, che pensavo fosse una cosa ben fatta, per non intralciare nessun condomino nel passaggio in casa. Era ovvio, a mio avviso, che tutto quel misto di grano e ceramica andasse ripulito dall’ingresso.  La signora incalza aggiungendo che la sposa ha pianto a lungo una volta che si è resa conto dell’avvenuta offesa. Oddio, inizio davvero a pensare che stia scherzando. Capisco che mi si spieghi che qui a Cabras la tradizione imponga questa regola, ma da qui a singhiozzare per una manciata di grano e quattro cocci, mi sembra un po’ esagerato. Fuori dai tempi direi. D’altra parte mi sembra che si voglia trovare un colpevole qualora, malauguratamente, il matrimonio di questi perfetti sconosciuti dovesse rompersi. In effetti sono stata io, proprio io, a scatenare il sacrilegio ai loro occhi. Insomma cerco di rimediare al rimediabile, ma ahimè il danno è fatto: il grano nell’umido e i cocci tra il vetro e le lattine della mia pattumiera. Mi sento abbastanza cretina perché avendolo saputo avrei certamente lasciato tutto intatto!! Sia per il buon auspicio di un amore eterno come si augura agli sposalizi, sia per evitare danni diplomatici nel vicinato.

Tuttavia la chiacchierata si conclude con grande comprensione da parte della vicina di casa. D’altronde sono una forestiera e si sa… ogni paese ha le sue tradizioni, pertanto, proprio perché sono stata io, ossia l’unica del condominio a non conoscere certe particolarità del paese, merito perdono e comprensione.  L’oltraggio sarebbe stato decisamente più grave se a metterlo in pratica fosse stata qualche cabrarissa doc, ma insomma.. per una mogorese neo-trapiantata si può chiudere un occhio.

Un bel sospiro di sollievo.

Grazia ricevuta.

Sono salva dai.

Viva gli sposi.

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