minHistory: vigilia di un compleanno

Ho perso gli occhiali da vista. Li ho cercati dovunque. Sotto il sedile dell’auto, dentro il cassetto della cattedra, in bagno e in camera da letto. Niente. Scomparsi.
Il PC funziona male. Oggi non si è neanche acceso per un attimo. Eppure ho sostituito un pezzo qualche mese fa. Nulla, non riesco a salvarlo proprio ora che mi serve come l’aria.
Sto dormendo un pò male perchè soffro di sinusite.
Ecco, sono giorni difficili.
Per non parlare del fatto che domani sarà il 26 ottobre 2016.
Mi sento cosi’ impreparata…

25 ott 2016

flogabry

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La lucertola

 

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C’era una lucertola nel bidone della spazzatura. È rimasta lì svariate settimane. Ogni volta che aprivo il coperchio era lì che mi guardava. La prima volta che l’ho vista ho fatto un salto! Grigio-verde, occhi accesi, mi osservava per niente impaurita. Bleh!

Ogni notte prima di aprire il bidone ci stavo ben attenta. Era sempre lì, non me ne sono mai scordata in tutto questo tempo, e ci andavo molto cauta mentre poggiavo il sacchetto dell’immondizia. Poteva essere anche una sciocchezza. Pensavo spesso però che avrebbe potuto saltarmi addosso a seconda di come avessi gettato la spazzatura. Sarà che ci andavo sempre di notte a fargli visita… per forza di cose… e si sa, il buio accende le paure, i pensieri maledetti, i timori ancestrali. Avrebbe potuto attraversarmi le braccia e arrivare sino al volto, sino ai capelli e magari, nonostante i miei tentativi di cacciarla via, sarebbe potuta rimanere lì, attaccata ad un arto o al collo. Dunque con questa idea richiudevo velocemente quel coperchio maledetto e tornavo dentro casa in tutta fretta. Neanche i netturbini che passavano a ritirare la spazzatura erano riusciti a farla uscire. Forse non ci avevano provato o magari, chissà, non se n’erano mai accorti! Come riuscisse a sopravvivere non lo so, non c’era luce là dentro, mentre sapevo bene che le lucertole amano il sole. In compenso qualche moscerino sì che c’era! Dunque il cibo non le mancava.

Ieri mattina, mentre riportavo al suo posto la pattumiera che gli operatori avevano svuotato, ho dato una sbirciata: non c’era più.

È uscita.

È andata via.

flogabry

sett/ott 2016

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Il bullismo di una volta

Qualche giorno fa mi son trovata immersa nell’acqua cristallina di Torre dei Corsari assieme a mia mamma e mio babbo. Eravamo tra le rocce, il piacevole fluire delle onde tenui, il sole caldo, il venticello fresco, i granchietti e la gioia incontenibile di essere finalmente in ammollo. In lontananza gli ombrelloni dello spiaggione e qualcuno che pescava. Lui era in vena di chiacchiere. Io lo stavo ad ascoltare senza pensieri.

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Mio padre aveva su per giù dieci anni quando gli diedero l’incarico di trasportare il latte di pecora appena munto, dalla zona de “Su Tiru a Segnu” dove si pascolava il gregge, sino al piccolo caseificio che raccoglieva il latte degli allevatori del paese, vicino alla casa che oggi è di Mario Floris. L’asino che trainava il carretto sapeva meglio di lui dove passare. Allegro e spensierato mio babbo, ancora bambino, svolgeva questo compito passando nelle vie polverose di Mogoro che di asfalto ancora non ne avevano visto.

Era capitato una prima volta: dei bambini di qualche anno più grande di  lui, avevano fermato l’asinello. Lui non sapeva bene cosa volessero, impaurito, cercava dapprima di dimostrarsi coraggioso e forte. I ragazzini, più che a mio padre, erano interessati al latte appena munto. Erano gli anni ’40 e il cibo scarseggiava davvero, non sempre bastava a soddisfare l’appetito di tutti i componenti delle numerose famiglie dell’epoca. I bambini andavano vestiti con dei pantaloncini sconci, qualcuno aveva una bretella, ma nessuno aveva le scarpe. Quando non stavano imparando un mestiere da un artigiano o guadagnandosi un pezzo di pane nei campi, qualcuno si riversava per le strade a compiere monellerie. Mio babbo si sentiva impotente quando  i suoi rivali, muniti di una lunga canna che usavano a mo’ di cannuccia, aprivano la damigiana, chiusa da un tappo di sughero e una pezza di cotone bianco, e tiravano su il latte. Iniziava a piangere, minacciando che l’avrebbe detto al padre e che gliel’ avrebbe fatta pagare sicuramente! (“du nau a babbu, du nau a babbu, ge si du faidi bì cussu”!). Bevevano a turno i ladruncoli, fino a che la loro pancia smetteva di brontolare. Poi lo lasciavano in pace e facevano ripartire l’asinello. Tra le lacrime e l’indignazione mio padre rientrava a casa scocciato per l’umiliazione subita, per il fastidio che aveva provato a sentire le risa dei bambini più grandi lui, per non essere riuscito a proteggere il latte e soprattutto per la preoccupazione di poter essere sgridato anche in casa quando l’avesse raccontato al padre. Confidò subito l’accaduto. L’avevano attaccato in tre o quattro, confidò nomi e cognomi dei bulli affamati che tanto avevano osato, (“su fill’ a su talli, parenti da cussu e parenti da s’attru”) con la speranza che presto sarebbero stati severamente ripresi. Il padre chiese solo quanto latte era venuto a mancare in caseificio. Ne mancava all’appello poco più di un litro, singhiozzava mio babbo. Mio nonno si fece una risata e lo tranquillizzò, gli disse di lasciar fare qualora fosse ricapitato perchè certamente quei ragazzi dovevano aver fame!

Ricapitò ancora, ma mio padre, ubbidiente, smise di piangere. Aspettava con rassegnazione che si nutrissero e facessero ripartire l’amabile asinello.

flogabry

luglio 2016

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Mai raccogliere quel grano in quel di Cabras

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Trasferita da più di un anno a Cabras, paese ridente della penisola del Sinis, dello stagno che ospita i fenicotteri anche d’inverno (e mi rendono tanto felice), dei pescatori più abili, della bottarga migliore, della corsa degli Scalzi, delle incantevoli spiagge dell’ oristanese.

Entusiasta della mia indipendenza, del sentirmi donna libera, del mio rifugio anche se fuori piove, cerco di essere cordiale con i vicini di casa. Contraccambio volentieri sorrisi e chiacchiere senza però occuparmi degli affari altrui in modo che nessuno si senta in diritto di occuparsi dei fatti miei. Ad essere cortesi comunque non si sbaglia mai.

Una mattina di qualche mese fa  esco di corsa per andare a lavoro e vedo l’andito imbandito a festa:  fiocchi e ghirlande adornano gli spazi in comune del piccolo condominio. Intuisco che si tratti di una ricorrenza o di un’occasione per festeggiare, ma non ho modo di informarmi a quell’ora fredda del mattino. Non incontro nessuno che mi possa spiegare, pare che i vicini dormano ancora, e filo via.

Rientro dal lavoro intorno alle due del pomeriggio. I cocci dei piatti di ceramica, rotti in occasione de s’anazza, sono esattamente a ridosso del portoncino d’ingresso. Granaglie varie invocano fertilità e prosperità, nessuna caramella, nessun soldino. Si è trattato certamente di un matrimonio. La dirimpettaia conferma: la figlia della mia vicina di casa si è sposata. Diciannove anni più o meno, bella come il sole con i capelli lunghi e ricci, un sorriso docile in un corpo gracile. Sono contenta. Mi piacciono i matrimoni degli altri e le feste in generale.

Diverse volte a settimana ogni condomino ha l’onere di dare una lavata all’andito e alle scale.  Quel giorno è il mio turno di pulizia. Penso bene di far cosa gradita spazzando e raccogliendo cocci e rimasugli di grano dall’uscio. Mando un messaggino augurando tanta felicità agli sposi novelli e poi dormicchio abbondantemente sul divano, ignara del pa-ta-trac che sta per incombere.

L’indomani bussa alla mia porta la vicina, nonché la mamma della sposa. Porgo personalmente  i miei migliori auguri con un bel sorriso, ma i suoi toni sono altri. Mi rimprovera abbondantemente dopo aver indagato sul colpevole, su chi, cioè, si fosse permesso di raccogliere i resti de s‘anazza prima che passasse un’intera settimana, come la migliore tradizione impone nel paese di Cabras. Solo il vento può portare via tali resti!! Sono costernata. Non so esattamente come fare a chiedere scusa, spiego che nel mio paese non siamo soliti lasciare intatte le tracce de s’anazza per così tanti giorni, ma che delle abili donnine , armate di scopa e paletta, puliscono tutto quanto non appena gli sposi si allontanano. Mi rendo conto di essere poco convincente per essere scusata con facilità. Metto in chiaro che non era assolutamente mia intenzione provocare disagio e irritazione in nessuno. Spiego, con la coda fra le gambe, che pensavo fosse una cosa ben fatta, per non intralciare nessun condomino nel passaggio in casa. Era ovvio, a mio avviso, che tutto quel misto di grano e ceramica andasse ripulito dall’ingresso.  La signora incalza aggiungendo che la sposa ha pianto a lungo una volta che si è resa conto dell’avvenuta offesa. Oddio, inizio davvero a pensare che stia scherzando. Capisco che mi si spieghi che qui a Cabras la tradizione imponga questa regola, ma da qui a singhiozzare per una manciata di grano e quattro cocci, mi sembra un po’ esagerato. Fuori dai tempi direi. D’altra parte mi sembra che si voglia trovare un colpevole qualora, malauguratamente, il matrimonio di questi perfetti sconosciuti dovesse rompersi. In effetti sono stata io, proprio io, a scatenare il sacrilegio ai loro occhi. Insomma cerco di rimediare al rimediabile, ma ahimè il danno è fatto: il grano nell’umido e i cocci tra il vetro e le lattine della mia pattumiera. Mi sento abbastanza cretina perché avendolo saputo avrei certamente lasciato tutto intatto!! Sia per il buon auspicio di un amore eterno come si augura agli sposalizi, sia per evitare danni diplomatici nel vicinato.

Tuttavia la chiacchierata si conclude con grande comprensione da parte della vicina di casa. D’altronde sono una forestiera e si sa… ogni paese ha le sue tradizioni, pertanto, proprio perché sono stata io, ossia l’unica del condominio a non conoscere certe particolarità del paese, merito perdono e comprensione.  L’oltraggio sarebbe stato decisamente più grave se a metterlo in pratica fosse stata qualche cabrarissa doc, ma insomma.. per una mogorese neo-trapiantata si può chiudere un occhio.

Un bel sospiro di sollievo.

Grazia ricevuta.

Sono salva dai.

Viva gli sposi.

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Squale? Squello!

 

Era l’estate del 2003, quella rimasta in mente a tutti per il caldo eccessivo che non dava tregua neanche alla notte.

La settimana prima avevo sostenuto l’esame di Storia della Filosofia e finalmente mi potevo permettere qualche giornata al mare per ritrovare le energie di cui lo studio e la concentrazione mi avevano completamente privato. Ero ancora bianchiccia sulle cosce e pallida in volto nonostante l’agosto inoltrato, ma inizavo a godere del sole che colora la pelle e dell’acqua fresca delle onde del mare di Santa Caterina.

Pensavo che tutto sommato l’esame fosse andato abbastanza bene, nonostante la piccola defaillance su Averroè senza la quale avrei certamente potuto prendere un voto migliore. Ma dovevo comunque essere soddisfatta di me stessa perchè alla fine ero riuscita a superare uno degli esami più duri di tutto il percorso in Filosofia. Ero assorta in questi pensieri mentre mi spalmavo la protezione solare sul viso. Poi non ci pensai più all’esame perchè un tizio in acqua, tale Filippo, aveva catturato la mia attenzione. Stava iniziando la lezione di acquagym proprio davanti a me. Sette o otto ragazze e qualche signora, avanti con l’età, lo stavano raggiungendo e prendendo posizione. Con l’acqua all’altezza del petto seguivano con vigore i suoi esempi. Sollevavano le gambe a suon di uno, due, tre.. poi smuovevano l’acqua con le braccia e ora saltellavano su e giù, poi si spostavano lateralmente. Doveva essere divertente. Continuavo ad osservare Filippo che dava le spalle all’orizzonte e rivolgeva lo sguardo alla spiaggia e mi rendevo conto che tutte le sue allieve, posizionate davanti a lui, faticavano a seguirlo, ma si divertivano. Costumi rossi, fucsia, fiori e ciliegie. Ora usavano pure i braccioli per galleggiare con facilità e rendere gli esercizi più efficaci e tonificanti. Doveva essere divertente. Era la classica giornata al mare che agognavo già da giugno: in acqua c’erano tanti bagnanti, qualche bambino costruiva un castello esattamente vicino ai miei piedi, c’era anche un aquilone che svolazzava. I vu cumprà insistevano per comprare cianfrusaglie, elastici o occhiali, ma io non ne avevo alcuna intenzione. Era molto bello riappropriarmi della sensazione del dolce far niente che avevo praticamente dimenticato. Pensavo che tuttavia avrei potuto convincere Roby e proporle se la prossima volta che fossimo capitate da quelle parti, avesse avuto voglia di far ginnastica in acqua, d’altra parte non ero neanche andata a camminare regolarmente ultimamente, assorta com’ero nei libri e nei vaneggi dei filosofi medievali. L’aquagym, a giudicare dalle ragazze in acqua, doveva essere divertente. Pensavo al fatto che il corpo risentiva dello scarso esercizio fisico e ci avrebbe fatto proprio bene ad entrambe. Stavo per parlarne con lei quando qualcuno all’improvviso urlò. Capii subito che si trattasse di un segnale di pericolo, come quando i cavalli avvertono un cattivo presagio. Presto iniziarono a urlare in tanti ma ancora non avevo capito il motivo. Tutti cercavano disperatamente di uscire dall’acqua. Mi alzai anche io dalla battigia e solo in quel momento vidi la pinna di uno squalo che si dirigeva velocemente verso la riva. Il cielo si incupì e l’aria divenne presto pesante. Non potevo credere ai miei occhi, mi viene da rabbrividire anche ora che lo racconto. Uno squalo di grandi dimensioni era proprio là, a pochi metri da me e da decine di bagnati che con me condividevano la situazione che ora vi descrivo. 

C’era un gran trambusto intorno a me, ma era come se regnasse il silenzio, sentivo solo il mio cuore battere forte. 

Il maestro di fitness, Filippo, rivolgeva il suo sguardo alla spiaggia pertanto aveva sì notato il movimento dei bagnanti e sentito le urla di avvertimento e spavento, ma era stato l’ultimo ad accorgersi che a pochi metri da lui ci fosse un animale di quelle dimensioni e molto probabilmente affamato! Tutti gli altri bagnanti erano riusciti a uscire per tempo e mettersi in salvo. Qualche mamma si premurò di tappare con una mano gli occhi al proprio bambino in modo da risparmiargli la scena raccapricciante che noi ci aspettavamo di vedere. Attorno a me molti piangevano e anche gli uomini più coraggiosi guardavano imperterriti verso il mare. Filippo per un attimo cercò di scappare nuotando con energia, ma sapeva bene che non avrebbe avuto scampo. Noi spettatori non avevamo più fiato e io mi misi le mani sui capelli e urlai e piansi dalla disperazione, dallo spavento, dalla crudeltà di una situazione tanto improvvisa quanto inaspettata e senza vie di fuga. Aspettavamo di vedere l’acqua colorarsi del rosso del suo sangue. Lo squalo gli era addosso. Tutti potemmo vedere i suoi denti affilati quando spalancava la bocca nel tentativo di staccargli un arto. Una serie di pugni violentissimi gli colpirono il muso molte volte. Ci fu un vero e proprio duello se così si può dire. La posta in gioco per Filippo era molto alta: la sua stessa vita. Per un attimo lo perdemmo di vista e fu costretto dall’animale a sparire nell’acqua. Eravamo inermi a guardare quello che sembrava un film ma era la realtà. Non potevo crederci. Potevo non reggere davanti a tanto spavento. L’acqua mossa e rimossa dai movimenti fulminei del pesce. Una donna vicino a me non riuscì a trattenere il vomito. Ecco riaffiorare Filippo, aveva ancora la forza di sferrare delle gomitate disperate ma si capiva che si trattava degli ultimi colpi. Furono degli istanti lunghissimi. Mi tremavano le mani. 

Era una preda complicata, più complicata di quanto il suo istinto avesse creduto e lasciò perdere. Lo squalo girò i tacchi e se ne andò verso mari più profondi sotto gli occhi increduli di decine di persone inebetite da quanto accaduto. 

Filippo si trascinò a riva con delle ferite. Era cereo in volto ma tutto d’un pezzo. Poi svenne e tutti applaudimmo al suo coraggio.

Io piansi per una giornata intera.

g a b r i e l l a  floris

p.s. si tratta di qualche elemento che coincide con la realtà, ma non è accaduto nulla del genere :)

agosto 2015

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Il mio cammino inglese verso Santiago di Compostela

Camminavo nei sentieri della Galizia.. e ricordo di essermi ritrovata spesso a pensare a questo momento, a quando cioè mi sarei seduta con un po di tranquillità davanti a una pagina di word. Su internet i diari di viaggio dei pellegrini di Santiago sono innumerevoli.. ma io odio le descrizioni vuote, nomi astrusi di località remote, spostamenti, indicazioni e orari. Pensavo che mi sarebbe piaciuto far provare anche solo un briciolo delle mie emozioni ai miei conoscenti.. perchè la felicità, lo so bene, sta nella condivisione.

Concentrarmi su ogni parola-chiave era un modo per non soffermarmi sullo sforzo fisico a cui sottoponevo, le mie gambe e la mia schiena. Era uno stratagemma mentale che funzionava. A volte, quando mancavano 5 o 6 km all’arrivo nel paese previsto, ogni passo era così pesante che avrei voluto sdraiarmi nel primo prato vicino e arrendermi alla fatica.. pensavo che tanto Tore sarebbe tornato indietro a cercarmi… invece sono riuscita a camminare sempre, anche se a volte zoppicavo per dolori sparsi che sono affiorati quasi subito..

Una grossa metafora della vita.. andare avanti nonostante i dolori e le fatiche.

Sveglia all’alba, un cafè con leche e una napolitana e via .. a inseguire la freccia gialla che mi indicava il cammino.. è bello avere sempre chiara la direzione da seguire, i momenti di buio sono così tanti… Assaporare ogni scorcio, dalle rias dell’oceano e ai giochi dell’alta e bassa marea, alle aziende agricole con le mucche e il fieno per l’inverno. Ortensie profumate, boschi di eucalipto e querce e prati di felci. Osservare con attenzione ogni dettaglio e respirare forte l’aria pungente del mattino, il vento fresco dell’Atlantico sulla faccia ed ecco che il sorriso era davvero spontaneo. Qualche foto per suggellare i momenti migliori.. ma.. dopo 12-15 km di fatica non avevo più alcuna intenzione di guardarmi intorno.. ero sola con la mia strada, il mio zaino sulle spalle e la mia forza. Il cielo azzurro o la sfrontatezza della natura non contavano più. Mi interessava solo arrivare e superare il momento.

A tratti lo zaino cominciavo a sentirlo più leggero come se a ogni passo lasciassi qualcosa di pesante su quella strada percorsa da secoli dai pellegrini … ma le salite erano tante e il sudore colava come non mai, le gambe tremanti insistevano perchè mi fermassi .. ma a volte un sorso d’acqua, un pezzo di pastina al cioccolato e due parole di incitamento mi bastavano per darmi coraggio e sentirmi più forte.. e assaporavo nuovamente il cammino… cavalli al pascolo, binari, cani che dormivano nei loro cortili, un nuovo bastone che mi aiutasse un pò nel percorso.. e qualche signore del posto che faceva un passeggiatina dietro casa sua… oppure alcune massaie che innaffiavano i fiori migliori del proprio giardino e ci salutavano con un ” buenos dìas y buen camino”! Emozioni a fior di pelle.

Poi l’arrivo nel paese previsto: il piacere del buon cibo e il ristoro della doccia e del riposo. L’accoglienza degli spagnoli, risate fragorose e calze sporche da lavare. Lunghe chiacchiere e molti confronti. Cerveza y tapas. Lo zaino sempre più leggero.

Poi l’arrivo a Santiago. La gioia e la magia.

La meta è raggiunta. La rigenerazione è avvenuta. Il sogno è realizzato. Mille altri progetti mi aspettano.

Il resto mica si può descrivere.. si può solo vivere!

flogabry 

agosto 2014

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Le capre di una volta

A lunga conservazione, parzialmente scremato, ad alta digeribilità o fresco di giornata. C’è quello di Arborea, c’è quello Parmalat, quello della Svizzera o del Trentino. Gli scaffali dei grandi magazzini ce ne offrono di ogni tipo: con la confezione gialla, verde, celeste o arancione. Con prezzi economici o un pò più dispendiosi. Con aggiunta di omega tre o con pochi grassi. Il latte di mucca dà il buongiorno tutte le mattine a molti di noi. Siamo tutti consapevoli delle proprietà nutritive del prezioso liquido prodotto dai mammiferi per allattare il proprio piccolo, ma forse non tutti sanno come avveniva la colazione tanti anni fa nel mio paese.

A parte che il latte in questione era preferibilmente di capra e non di mucca e sono certa anche che mancassero all’appello biscottini al cioccolato e pastine ai quattro cereali! A Mogoro ogni famiglia aveva una capra e, badate bene, non come animale da compagnia! ma per permettere appunto la colazione di grandi e piccini. Non è necessario chiedere conferma ai novantenni del paese, anche gli anziani più giovanili ricorderanno certamente questa prassi comune sino agli anni del boom economico.

Chi aveva molti figli possedeva più di una capra e viste le caratteristiche dell’animale, che produce più latte se ha la possibilità di pascolare in collina e aperta campagna, tutte le mattine bisognava che le capre di casa pascolassero! Era dunque un’esigenza comune a molte famiglie.

E’ come se me la vedessi mia mamma, con le trecce e l’aria ingenua con il compito ogni mattina di affidare la capretta di casa a su crabaxiu, cioè a colui che era stato individuato per portare al pascolo le capre di tutto il paese. Il raduno era a Sa Trumbixedda, nei pressi de su Tiru a segnu per intenderci, e ogni mattina, radunate le capre di tutta Mogoro se ne andava al pascolo nei terreni ceduti in affitto da privati.

La capra di famiglia quindi si saziava di erbetta fresca, respirarava aria buona e saltellava qua e là sino all’imbrunire e infine rientrava in paese guidata da su crabaxiu assieme a tutte le altre. Arrivati a Mogoro, ognuna rientrava spontaneamente dalla propria famiglia. Memorizzato e appreso il percorso di rientro e incoraggiate dalle parole del loro guardiano, “Tocca bai Farfalla“, “Tocca bai Arannadedda” (melagranetta) rientravano autonomamente in casa come fosse un ospite atteso. I nomi erano fantastici : c’era “Cabixetta”(cavalletta), “Pibizziri“(zanzara) e anche “Mongia” (suora) che, per una strana associazione di idee mi fa venire in mente la monaca di Monza!

Ogni buon animale ringraziava della giornata all’aria aperta con la produzione del latte. Attenzione! ad attendere le capre c’era quasi sempre anche un capretto che si sfamava succhiando un pò del latte materno, il resto del prodotto andava invece munto e conservato per la colazione del mattino seguente di tutta la famiglia.

E su crabaxiu chi lo pagava? A turno, le famiglie mogoresi, lo invitavano a cena e si preoccupavano per il pranzo del giorno successivo. Pertanto stipendio non ne aveva e neanche cash, ma la pancia era sempre piena.

Altri tempi.

Altro il rapporto con gli animali.

Certamente diverse le colazioni.

gennaio 2014

g a b r i e l l a floris

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Dicembre

Buona giornata a chi va a messa ogni domenica scegliendo l’abbigliamento migliore e poi tutta la settimana sta in tuta da ginnastica. Buongiorno a chi usa con premura spazzola, gel e lacca e poi si fa spettinare dal vento e dalle delusioni. A chi è triste, a chi regala affetto agli anziani e ne trae giovamento. A chi ha trovato un cane per strada e poi decide di tenerlo. Buona domenica ai sognatori e ai dimenticati. A chi viaggia e a chi i viaggi se li fa a casa. Buon appetito a chi non vuole sentire, agli offesi e agli stravaganti, perchè di essi son le domeniche. Buon pranzo al coraggio e alla paura perchè i pranzi festivi gli appartengono. Buon pomeriggio al divano e al caminetto, al libro che stiamo leggendo e ci tiene compagnia. Suo è l’inverno tutt’intero. A un bicchiere di vino rosso e ad un amico sincero. A una telefonata che arriva da lontano, a mamma e babbo che guardano “alle falde del Kilimangiaro”. Buona serata a chi decide di amarsi e a chi preferisce lasciarsi. Ai dolori dell’anima, all’amarezza, al rancore ed alle illusioni dell’inverno. Buona serata a questo dicembre che entra freddo nelle ossa e nel ventre caldo. Buonasera signorina, buonasera! Buonanotte alle lenzuola fredde e al cuscino caldo. Buonanotte al passato e alle gioie che verranno, alle sfide e alle lotte che non finiscono mai. Alla sveglia che suona forte domani mattina. Buon Natale agli studenti, a Tina Turner, agli operai, agli allevatori e a chi lotta anche per noi. Loro è il regno della forza. Buone feste agli autistici del sentimenti e a chi invece li comunica con facilità. A un dono inaspettato, alle noci e alle noccioline. A Manuel Agnelli. Allo spumante e al panettone con i canditi. Felice anno nuovo a chi ha bisogno di rassicurazioni, alle maschere senza che sia Carnevale, ai sorrisi non dovuti, alla leggerezza e all’ironia. Alle barzellette e alla semplicità. Buon inverno a chi paga le bollette e a chi evade le tasse con scioltezza. A chi è in ospedale e a chi guarisce da una brutta malattia. A chi domani si alza e va a correre nostante il freddo. Ad essi appartiene il futuro. Ai visionari e ai passionali. Al sangue che scorre prepotente nelle vene. Felice anno nuovo agli artisti in genere, al loro estro dobbiamo la speranza e le riflessioni di tutti noi. A chi non vuole avere figli e a chi organizza il compleanno del proprio bambino. A chi prepara un thè caldo per riscaldarsi e a chi pensa già alle gite primaverili e alle serate estive. Buon anno al “Camino de Santiago”. Sue sono le gioie del fantasticare. Alle onde del mare, ai campeggi e all’abbronzatura. Eccoci di nuovo a pensare all’autunno con le castagne e le foglie che cadono e siamo subito ad un altro Natale e ad un nuovo anno.

Sempre tutto uguale e svariatamente diverso.

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g a b r i e l l a floris

dicembre 2013

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Tra aqua madalla e mabi fattus

Figli della scienza, dell’industrializzazione e della tecnologia, solo in pochi sono interessati a ritenere verosimili mabi fattus, aqua madallas e quant’altro. O almeno a ragionarci su. Se è vero che con la nascita della Scienza tutte le argomentazioni non dimostrabili caddero in disuso, d’altra parte ci sono studiosi che tutt’oggi parlano di noosfera, “sfera del pensiero umano”, e ne studiano il potere e le implicazioni nella nostra vita. Alla fine che c’è chi crede a verginità improbabili e spirito santo, perchè non domandarsi se davvero il pensiero dell’uomo abbia un potere o un’energia più grande di quanto si possa immaginare?

Sentite questa. L’anno scorso avevo un mal di testa continuo. Aulin ed Oki solo polveri inutili. Una febbricciatola fastidiosa continuava ad accompagnarmi già da una settimana e cominciavo a preoccuparmi. Qualcuno mi consigliò di farmi fare s’aqua madalla. Inizialmente storsi il naso, ma d’altronde… c’è chi è convinto della veridicità dell’arca di Noè perchè non avrei dovuto credere al potere pseudo-magico-curativo delle donne anziane del mio paese?

Eccomi dunque a casa di una di loro.

Il mio caso pareva più grave degli ultimi malati immaginari proposti all’attenzione dell’esperta, pertanto sarei dovuta andare personalmente due volte al giorno finchè i sintomi non si fossero dissolti. Acqua, grano, bolle e interpretazioni. Sembrava che qualcuno mi iat tirau ogu, mi avesse cioè invidiato ed augurato del male. Qualche idea su chi potesse essere stato ce l’avevo pure, ma oramai non mi restava che perseverare nella pratica curativa per diversi giorni senza neanche lamentarmi. Andai mattina e sera regolarmente. Soldi non ne accettò e la ricompensai con uova fresche delle galline allevate da mia mamma. Parve gradire. Il mal di testa sparì e la febbre si dissolse.

Energie negative ed energie positive: solo superstizioni e credenze popolari? Mio padre mi raccontò una storia capitata in seno alla sua famiglia. Sottolineò che si trattasse di una storia vera.

Suo nonno, tale Lorenzo Floris, sposato con Peppina Orrù, passeggiava un giorno nelle vie del paese con un suo amico. Mentre chiacchieravano del più e del meno, incontrarono il sacerdote dell’epoca, il quale in quel momento chiese all’amico di mio bisnonno di affidargli la figlia come perpetua. Il nonno di mio babbo, Lorenzo appunto, consigliò l’amico senza troppi giri di parole: “Guai a tui chi ddi donas a filla tua! nd’at a fai cussu chi bolit!. Insinuando in maniera non molto velata che il prete avrebbe potuto approfittare dell’innocenza e della giovane età della ragazza. Il sacerdote impallidì davanti a queste parole inaspettate e tremò dall’alto dei suoi poteri religiosi: “Custa Larenzu Froi mi da pagas”

Su mabi fattu era già nell’aria. Non passò molto tempo prima di rivelarsi con tutta la sua veemenza.

Lorenzo Floris sino ad allora era un agricoltore benestante. Novanta – cento anni fa chi possedeva terreni e bestie era da ritenersi fortunato. Con Peppina aveva messo al mondo sette figli, cinque femmine e due maschi. Tra gli altri c’era mio nonno, Antonincu, che riuscì a comprarsi faticosamente una vigna in S’anei. Lorenzo aveva campi di grano, orzo e diversi gioghi di buoi, di quelli che si vedono ancora oggi solo nelle feste più importanti. Erano utili ad arare terreni e trainare carri. Iniziò proprio da loro a manifestarsi il maleficio: una di queste bestie perse un corno, lo spezzò accidentalmente. Qualche altro animale di lì a poco morì. Perdere animali così preziosi per l’uomo significava ovviamente rinunciare ad un aiuto importante nel lavoro agricolo. Per una o due stagioni il raccolto andò in malora e una brutta carestia si abbattè sulla famiglia Floris. Lorenzo sempre più spesso cominciò ad affogare i suoi dispiaceri nell’alcool, a vendere terreni e tutto quello per cui aveva lavorato una vita intera. Tornò in miseria.

Intanto il prete venne trasferito a Gonnosfanadiga. La mia bisnonna, Peppina, moglie di Lorenzo, era una donna coraggiosa e non temeva nessuno. Decise pertanto di andare a piedi sino a Gonnos. Camminò senza scarpe per dei giorni. Il freddo e l’umidità della notte, animali notturni e stanchezza. Finalmente ebbe udienza con il parroco causa delle sciagure della sua famiglia e lo supplicò di spezzare l’incantesimo malvagio. Ma il curato non ne volle sapere. “Naraddi a pobiddu tuu, dde beni cussu a is peis mius a mi pregai!!”

La moglie ripercorse il viaggio a ritroso afflitta e desolata, consapevole della cocciutaggine del marito; infatti, riportategli le parole del prete, reagì così: “M’ap a morri pudriau ma de cussu deu no ddui andu!!”.

Morì povero e dedito all’alcool in una casupola nella vigna di Antonincu.

Ecco, io non so se davvero le disgrazie della famiglia di mio bisnonno fossero da accreditare a su mabi fattu del sacerdote permaloso o se invece siano ascrivibili a quello che chiamiamo destino o alla scarsa forza di reagire che lui dimostrò davanti alle difficoltà; tuttavia penso sia bene conservare memoria di fatti e misfatti che hanno accompagnato i nostri predecessori.

La verità poi lo sappiamo. La verità non esiste. 

g a b r i e l l a floris

dicembre 2013

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Di fatti e fate.

Non tanto tempo fa, nelle scuole elementari di un paesino della Sardegna, uno dei temi proposti dalla maestra fu il seguente: “Racconta una storia immaginaria“.

Era una giornata uggiosa, il cielo era coperto e il vento soffiava in modo fastidioso. Caterina, tutta occhiali e lentiggini, si mise d’impegno. Una coda di cavallo le raccoglieva i capelli ed evidenziava le sue guance paffutelle. Non amava la geometria e neanche la matematica, ma era risaputo che fosse una bambina fantasiosa. Una volta si abbarbicò su un albero a spiare la luna e ci rimase delle ore; adorava i cruciverba e sferruzzare con la lana. Non le importava di non saper fare bene le divisioni o se non capiva appieno le frazioni: a lei piaceva scrivere. L’ortografia era incerta e saltava all’attenzione di chi correggeva il suo compito qualche doppia di troppo e qualche virgola in meno. Comunque sia alla maestra il suo tema piacque tantissimo. Lo lesse lei stessa ai suoi alunni e tutti ne apprezzarono la stravaganza, qualcuno rise e qualcun’altro prese in giro Caterina, ma se Luca e Giovanni raccontarono di rospi che gracidano sotto il loro letto e di princìpi che duellano nel giardino di casa, la storia inventata dalla bambina era questa.

Il nonno di Caterina faceva il pastore e si sa che nessuno più dei pastori conosca bene il territorio della propria zona. Ogni anfratto, ogni albero, ogni pozzo. Ne conoscono fattezze, dislocazione precisa e bellezze. Primi a godere delle primizie del territorio, dai funghi agli asparagi, dai fiori profumati alle erbe aromatiche, portano sulle spalle questo sapere sconosciuto ai cittadini tra silenzi e solitudini.

Un bel giorno di primavera il nonno decise di portarla in un posto lontano. Il percorso iniziava nelle curve che risalgono dal bivio e portano sino al paese. Il nome in sardo della località non se lo ricordava proprio, ma sapeva benissimo di aver camminato a lungo, superato macchia mediterranea e nuraghi dimenticati dal tempo, rigolii d’acqua, tane di volpi e nidi di falchi. Sapeva di essersi inerpicata tra la vegetazione fitta, corbezzoli, lentisco e ginepro. Le farfalle erano in festa e i campi di margherite erano ben sdraiati al sole ad illuminare ancor di più la giornata mentre il cielo azzurro rifletteva le loro mosse. Camminarono ancora a lungo. Caterina era stanca ed assettata, ma il nonno la incoraggiò.

“Vedrai che ti piacerà, è un posto magico!”.

E così fu.

Si trattava di un’abitazione all’interno di una roccia. Un cunicolo di qualche metro li conduceva dentro la prima stanzina, da qui poi ce n’erano delle altre collegate tra loro, tutte minuscole e colorate di un bel rosso porpora. “Sono case delle fate, ti pacciono?”. La risposta la si poteva leggere negli occhi di Caterina illuminati dalla gioia. Sorrise un pò all’idea che potessero abitarci delle creature straordinarie, pensava che si trattassse della fantasia del nonno. Invece dovette dargli ragione. Da una delle stanze, illuminate dapprima solo dalla loro pila sgangherata, uscì una piccola ragazzetta che rischiarò tutt’intorno. I capelli castani, morbidi e profumati, gli occhi da cerbiatto e la pelle bianca e lucente con dei riflessi argentati. Ne arrivò un’altra e un’altra ancora, vestite di lino e fili d’oro. La bocca di Caterina si spalancò dallo stupore e non riusciva a distogliere lo sguardo dalle loro movenze, dai loro abiti e dai loro piedini scalzi ed eleganti. Anche le fate la guardarono a lungo. La circondarono, controllarono i suoi vestiti, il suo orologio e i suoi stivali consunti. Fu felice! Fu come stare in un altro mondo, ma senza paura alcuna.

Pare che il nonno, dal giorno che scoprì questo posto magico, portasse sempre le sue poche pecore a passare la notte al riparo dalle gelate invernali e dai predatori notturni e che poi, all’indomani, arrivasse al mattino per portarle a pascolare. Caterina era entusiasta. Le fate cominciarono a farle mille e una domanda e le raccontarono qualche dettaglio della loro vita clandestina. Ultime rimaste tra le creature straordinarie della Sardegna, esistevano in quelle zone da tempi remoti trasferendosi di casina in casina. Questa era tra le loro preferite. Si facevano vedere solo dai pastori, ma non tutte erano brave. Loro li proteggevano e ne illuminavano la strada nelle notti senza luna. Alcune però erano malvagie e si divertivano a mettergli paura con canti fastidiosi e tiri mancini. Questo avveniva perchè purtroppo l’uomo era responsabile della perdita dei loro poteri. Cambiamenti climatici ed inquinamento avevano causato la scomparsa da questi territori di due uccellini che da sempre gli rifornivano poteri superiori. Su ghiri scraxiu arrubiu, un volatile allegro e minuscolo, che non si vedeva più da quelle parti da decenni, dava loro il potere di spostarsi magicamente da una abitazione all’altra evitando la possibilità di essere viste da qualcuno; mentre s’acciappa muscasa, con il suo nido a mò di calza velata, dava loro la possibilità di proteggere chiunque si trovasse in un periodo di cambiamenti e transizione.

Caterina osservò con attenzione le meraviglie delle loro casine. Al centro del pavimento di pietra, delle coppelle contenevano polveri colorate e metalli preziosi, nelle pareti cerchi concentrici adornavano di rosso e nero tutto quanto e un buon profumo di ambra era sparso dovunque. Il soffitto pietroso imitava un tetto e le stanzine concentriche parevano un labirinto dove preferì non inoltrarsi.

Qualche mese più tardi, la brutta malattia che attanagliava il nonno da lungo tempo, alla fine se lo portò via. Caterina pianse di continuo, senza mai fermarsi, per tre giorni e tre notti.

Alla maestra, viso spigoloso e capelli biondicci, il tema piacque così tanto che cominciò a pensare che non si trattasse di sola fantasia della bambina, ma che in un certo qual modo il suo racconto potesse corrispondere a verità. Molti elementi facevano pensare senza rimedio alle numerose domus de janas rinvenute in buona parte della Sardegna, ma non nel territorio di questo paese. Si poteva benissimo ipotizzare la presenza di preziose casupole nelle campagne circostanti, delle quali mai nessuno dei locali viventi seppe nulla. O perlomeno poteva essere verosimile che nessuno volle parlarne mai, portando con sè il segreto sino alla tomba. L’immaginazione della maestra cominciò a volare alto. Sarebbe stata una scoperta di grande eco. Avrebbe potuto lei stessa dirigere i lavori di restauro, sfrutttare l’ultima legge Regionale in materia di finanziamenti per gli scavi archeologici e fare del suo paese, da sempre dedito all’agricoltura e all’allevamento, una perla del turismo culturale sardo. Avrebbe anche potuto fare un gran figurone con il sindaco e tutta l’amministrazione comunale, per non parlare dei complimenti che avrebbe ricevuto dai suoi concittadini! Archeologi di varie università sarebbero accorsi ad approfondire gli studi preistorici sulle civiltà del Mediterraneo.

La maestra si intestardì a tal punto che dopo innumerevoli domeniche trascorse a percorrere diverse località che potessero avvicinarsi a quella descritta da Caterina, alla fine, con un taglio sul gomito e un bernoccolo sulla fronte, riuscì a trovare la roccia preziosa. Si trattava dunque di domus de janas. L’oralità popolare vuole che ad abitarci siano delle fate, ma in realtà gli archeologi non hanno alcun dubbio: si tratta di tombe di età prenuragica in cui venivano deposti cadaveri e avevano funzione sacra. Tombe prenuragiche rimaste intatte per secoli e secoli. C’era soltanto da richiamare l’attenzione della stampa e della Regione Sardegna tutta intera.

Tutto il resto che la fortunata maestra sognò ad occhi aperti prima dell’importante scoperta avvenne sul serio nel giro di qualche anno. Si costruirono centri di accoglienza e si preparò il paese, con incontri e conferenze, ai benifici che le domus de janas avrebbero apportato.

Ma le fate? Nessuno le vide mai. Fu per questo che si pensò che parte del racconto di Caterina fosse davvero inventato. Forse le tre creature si persero nell’indelicatezza degli archeologi e nelle campagne elettorali dei politici, nei ragazzini svogliati guidati da professori incuriositi dai dettagli, nei rumori assordanti ai quali non erano abituate.

Caterina vi riandò per conto proprio, ma neanche lei potè vederle e pianse per tre giorni e tre notti.

Un giorno speciale però capitò un fatto strano. Era un periodo di cambiamenti fisiologici per lei, si apprestava a lasciare il mondo dell’infanzia per entrare a far parte di quello degli adulti. Un pomeriggio, quando si trovava vicina alle curve che si inerpicano verso il paese, si fermò un attimo a godere del panorama e tra le fronde degli arbusti, tra il mirto, il rosmarino egli asfodeli potè notare un esemplare di ghiri scraxiu arrubiu e non molto lontano intravide tra gli olivastri una coppia di acciappa muscasa. Li riconobbe subito ricordandosi delle descrizioni fattele dalle sue straordinarie. Una gioia fortissima le invase lo spirito e non le ricapitò mai più di piangere per tre giorni e tre notti, consapevole che da qualche parte in quei territori fossero ancora presenti le fantastiche janas.

g a b r i e l l a floris

novembre 2013

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